L’estetica del decanter: affrontare la profondità della vita con enorme superficialità

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L’estetica del decanter: come affrontare la profondità della vita con enorme superficialità

Un viaggio piacevole in una campagna vasta e colorata, per compiere il quale c’è bisogno della guida sicura del narratore-autista e dei finestrini spalancati, che permettano al lettore-passeggero di carpire con i propri sensi il paesaggio che il veicolo della fantasia sta attraversando. Così può essere definita l’opera prima di Luca Cantore D’Amore, L’estetica del decanter  (Il Papavero, 2019), il cui titolo, fuorviante a ragion veduta, nasconde in realtà un messaggio che, partendo dalla pura estetica, intesa proprio quale aspetto esteriore delle cose, da essa trascende.

Attraverso una prosa a tratti violenta e brutale, ma anche tenera, dolce e sentimentale, la voce narrante ci regala un’intera enciclopedia di ricordi cuciti insieme da una patina di malinconia, tipica di chi riporta alla mente attimi che non rivivrà più, mai ‘opachi’, ma solo ‘lontani’ e, nel fare ciò, trasporta il lettore nell’analisi della complessità di ogni singolo avvenimento, di ogni sua sfumatura sentimentale, di ogni sua ombreggiatura. Infatti, l’indagine dell’autore all’interno della propria memoria ci rivela quanto il ricordo o, ancora meglio, l’atto del ricordare sia semplice, ma anche quanto la semplicità, a volte, se ben sviscerata, nasconda una complessità assoluta, che, in fin dei conti, non è che la complessità della psiche umana.

In questa prospettiva ciascun episodio di ciascun capitolo, all’apparenza scindibile dagli altri in quanto singolo pezzo del grande puzzle della memoria, porta con sé una riflessione, attenta e intelligentemente curata, sulla bellezza delle cose, ma anche sul loro senso o, più spesso, sulla loro assoluta mancanza di senso, riflessione che, dalle cose, può essere traslata sulla vita stessa. Quella dell’autore-narratore, indubbiamente, ma anche quella dello spaesato lettore, il quale, se da principio rimane estasiato dal ‘paesaggio’ che gli si spiega davanti, man mano che i capitoli si susseguono è costretto ad aguzzare la vista, l’udito, l’olfatto, per andare oltre il bello e scavarne il senso. Ed ecco che, forse, su quel meraviglioso decanter inerte, elegante e luccicante, si comincia a notare una piccola sbeccatura.

Perciò, seppur il messaggio o i messaggi che vengono proposti non possano essere definiti totalizzanti, per le prese di posizione, talvolta arbitrarie, di chi scrive, non è da escludere, tuttavia, che la ‘platea’ dinanzi la quale si spiega la storia possa essere ‘totale’: con ciò si intende dire che le descrizioni e le valutazioni minuziose, lucide e quasi maniacali dell’autore stanno lì, sotto gli occhi del lettore, incastonate di emozioni e sensazioni semplici e complesse, che ognuno di noi, a suo modo, prova o ha provato. Sta proprio a chi legge, ci fa implicitamente intendere il nostro autore, scegliere di approcciarvisi con la più profonda superficialità o, se si preferisce, con una profondità in apparenza superficiale.

Un libro che sfida, che smuove e provoca sapientemente gli animi di coloro i quali sono convinti di avere la verità in tasca, di essere protagonisti del mondo quando, in realtà, forse, non sono neanche protagonisti della loro stessa vita, che li pone dinanzi al bello, all’utile e al futile senza soluzione di continuità.

Spiazzato, sommerso, sovrastato da questo turbinio di riflessioni sull’ esistenza e sull’assenza di senso, al termine del viaggio nei ricordi il protagonista medita il gesto estremo, definitivo, l’unico che può apparire sensato. Solo la neve, candida e commovente, simbolo presente dall’inizio alla fine e fil rouge che cuce insieme le smagliature di una memoria longeva, potrà fargli cambiare idea. E, probabilmente, a questo punto il lettore non potrà far altro che chiedersi: “Qual è la mia neve?”.

Un pezzo d’arte ben confezionato L’estetica del decanter e, come tutti i pezzi d’arte che si rispettino, un’armeria di metafore, simboli, parallelismi e, ancora, sensazioni, emozioni, aneddoti, pronti a colpire chiunque sia disposto ad abbassare le difese.