Lo chiamavano E.B. Clucher, era il “papà” di Bud Spencer&Terence Hill

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Lo chiamavano E.B. Clucher, il
Schermata del film Lo chiamavano Trinità, autore Betti Sorbelli Francesco, immagine in pubblico dominio

Marco Tullio Barboni è uno sceneggiatore, regista e scrittore, figlio di Enzo Barboni in arte E.B. Clucher, regista del cult-movie Lo chiamavano Trinità… con Terence Hill e Bud Spencer del quale scrisse anche il soggetto e la sceneggiatura. Raffinato intellettuale, ha iniziato la sua carriera sul grande schermo ad appena 18 anni come addetto al ciak di
Lo chiamavano Trinità… .

Appena maggiorenne era già sul set del film che lanciò Bud Spencer e Terence Hill…
Mio padre si era visto affidare la regia del film dal produttore Italo Zingarelli. Ho avuto il piacere e l’onore di cominciare così, nel ruolo di secondo aiuto alla regia, più prosaicamente l’addetto al ciak! Un’esperienza bellissima.

I produttori fecero a gara per girare Lo chiamavano Trinità… . O no?
Per niente, Zingarelli fu l’unico a crederci davvero! Mio papà, Enzo Barboni, aveva fatto il direttore della fotografia in “Django” di Sergio Corbucci. Un film girato molto bene che però raschiava il fondo del barile della violenza, tratto distintivo dello spaghetti-western insieme a crudeltà ed efferatezze assortite. Franco Nero, che impersonava Django, ogni giorno arrivava sul set e, scherzando, diceva a Corbucci: “Quanti ne ammazziamo oggi?”.

Dunque Lo chiamavano Trinitàvoleva sostituire i colpi di pistola con le risate…
L’idea era di ribaltare i cliché. Pensate solo alla differenza “visiva” tra Nero-Django e Hill-Trinità: Franco aveva spolverino nero e cappello calato sugli occhi, e si portava dietro la Morte rappresentata da una bara sgangherata. Terence era l’opposto: cappello piegato all’indietro, stracci al posto dei vestiti e il cavallo che lo portava dove voleva lui… Senza dimenticare le location. Le ambientazioni di “Trinità” sono quasi tutte in grandi spazi verdi, mentre “Django” è stato girato per 18 giorni nel fango perché non smetteva mai di piovere!

Anche se il suo personaggio era divertente, Terence Hill aveva la stessa aria cupa di Franco Nero, capelli biondi e occhi socchiusi (e azzurri). E Bud Spencer?
Era ancora Carlo Pedersoli. Oggi lo chiamiamo tutti con il suo nome “americano” ma prima del 1970, fondamentalmente, era solo un ex campione di nuoto e pallanuoto. D’accordo, aveva già girato qualche film con mio padre, ma non era ancora il Bud Spencer che conosciamo tutti. Era una persona irripetibile. Gli sguardi che faceva, i suoi movimenti… Era molto spontaneo. Diceva di sé di non sentirsi un attore, ma in realtà era un ottimo attore capace di portarsi appresso una fisionomia e una simpatia uniche. E diciamocelo chiaramente: Bud non avrebbe mai potuto fare lo spietato!

Da quasi 50 anni “Trinità” è un cult per giovani e meno giovani. Com’è possibile?
Ha funzionato tutto bene: il produttore che ha creduto nella storia, l’affiatamento tra Bud Spencer e Terence Hill, le musiche di Franco Micalizzi… Prima di Zingarelli furono 10 i produttori a dire di no al film. Con il senno di poi meglio così: se non ci avessero creduto, probabilmente non si sarebbe creata quella straordinaria alchimia che ho visto sul set. Ci tengo a aggiungere un’altra cosa: eravamo tutti grandi amici. Questo ci ha aiutato molto.

Oltre ai ciak, cosa si faceva sul set?
C’era sempre un’atmosfera molto gioiosa, d’altronde mio papà era una persona tendenzialmente ottimista che si godeva la vita. Di domenica la troupe portava le famiglie nella valle utilizzata in “Trinità” per ospitare la comunità di mormoni difesa da Bud e Terence. Lì si tenevano dei lunghi pic-nic e poi i bambini correvano a giocare a pallone.

In giro capita spesso di imbattersi in fan sfegatati del film. È successo anche a lei?
Come no! Poche ore fa mi ha cercato una persona che sta facendo uno studio su Trinità e mi ha mandato uno screen di Google Maps della zona in cui è stata girata, 49 anni fa, la scena iniziale dell’arrivo di Terence Hill alla locanda. Mi ha chiesto: “Secondo lei è questo il posto?”, raccontandomi di avere sentito una mia intervista in cui, parlando della strada che faccio a Roma per arrivare in aeroporto, butto sempre un occhio alla parte a est della Magliana dove ai tempi c’erano le cave in cui è stata girata quella scena. Questo ragazzo di 34/35 anni, con un entusiasmo commovente, è andato lì e mi ha mandato le foto della cava. Ma al di là di queste indicazioni toponomastiche, è bellissimo che un giovane si interessi a una pellicola di quasi 50 anni fa. E come lui tante altre persone che mi dicono di essere cresciute con “Trinità”. Non potrebbe esserci ringraziamento più bello di questo. Davvero.