I “fabbricanti d’oro”: le storie degli alchimisti come in una docu-fiction

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Lo studio dell'alchimista, sec xviii, Fondazione Cariplo [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

Nel linguaggio comune per alchimia si intende quell’arte occulta volta a trasmutare i metalli vili in oro. A ben vedere, però, tale pratica non costituisce il fine precipuo di questa scienza esoterica. Come osserva Jean Chevalier, infatti, l’antico sistema filosofico in questione simboleggia piuttosto la ricerca dell’immortalità.

Carl Gustav Jung ci ha dimostrato la grande importanza dell’alchimia non solo per la nascita della chimica, ma anche per la storia dello spirito umano. Sotto un profilo unicamente psicologico, infatti, essa deve essere vista come una corrente sotterranea del cristianesimo, con cui ha uno stretto legame simile al rapporto che sussiste tra sogno e coscienza. Come il primo compensa i conflitti della seconda, così l’alchimia colma le lacune della religione cattolica.

Nel nostro Paese Gustav Meyrink è popolare per le sue opere di narrativa in cui compaiano elementi attinenti all’esoterismo, all’occultismo e alle dottrine orientali, parte di esperienze che asserisce di aver vissuto direttamente in prima persona. Di recente, è stato pubblicato Fabbricanti d’oro. Storie di alchimisti (Edizioni Studio Tesi, 2019, 282 pagine, 13,18 euro), un libro curato da Vittorio Fincati e con un saggio introduttivo di Gianfranco de Turris, in cui si parla proprio di alchimia e la ricostruzione storica viene ampliata da una serie di circostanze del tutto immaginarie, in un genere che viene definito docu-fiction.

Il libro propone tre differenti racconti lunghi, che hanno come protagonisti altrettanti alchimisti (Sendivogius, Laskris e Sehfeld) realmente vissuti tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Settecento.

Nelle vicende del libro non ci vengono narrate solamente le avventure degli esoteristi in questione, ma abbiamo anche modo di ammirare la descrizione degli usi e dei costumi delle corti nobiliari della Mitteleuropa.

Meyrink si pone come fine quello di rappresentare in maniera plastica una visione elevata dell’alchimia, distinguendo gli imbonitori dai filosofi veri. I primi vogliono solo ed esclusivamente riuscire a carpire i segreti atti a trasmutare il piombo in oro per arricchirsi, mentre i secondi pongono in essere tali pratiche non per accrescere i propri cespiti ma per elevare il proprio spirito.

Anche i nobili non manterranno un atteggiamento aristocratico, dato che saranno sempre alla spasmodica ricerca di alchimisti capaci di creare dal nulla immensi tesori, volti a rimpinguare le loro casse statali. In verità, per la gran parte questi soggetti si riveleranno dei cialtroni e subiranno la tremenda collera dei loro signori che, per dantesco contrappasso, logoreranno tuttavia la loro esistenza ponendo in serio pericolo la loro sanità mentale.