Luca Ward: “A che servono gli addominali, io mando messaggi vocali”

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E’ considerata la voce più sexy dello spettacolo italiano, storico doppiatore di Russel Crowe, Hugh Grant, Pierce Brosnan e tanti altri divi di Hollywood. Lui, il suo inconfondibile timbro che fa impazzire le donne italiane lo usa soltanto davanti ad un leggio. Nella vita di tutti i giorni Luca Ward, romano de Ostia, è un padre di famiglia, un marito, un professionista serio, semplice e genuino, lontano da certo fighettismo mainstream dello Spettacolo nostrano. L’ho incontrato nel FRECCIALounge della stazione di Milano Centrale di passaggio da una delle tappe del musical Mamma Mia! che lo vede protagonista con Paolo Conticini e Sergio Muniz nei teatri di tutta Italia.

In un mondo dove i social stanno trasformando i rapporti interpersonali quanto è importante la parola?

E’ fondamentale, anzi più si va avanti più la parola e la voce cominciano a diventare davvero importanti. Io sono convinto che andando avanti nel tempo anche la carta, che si è piegata alle nuove tecnologie, ritroverà una sua nuova identità. Nel momento in cui riacquisterà un po’ di indipendenza vera ritornerà ad essere più letta.

La parola scritta diventa poi parola detta, e la voce ha un ruolo fondamentale.

Pensa a Martin Luther King o a Kennedy, senza la loro voce il popolo non li avrebbe mai seguiti. All’epoca non c’erano i social, la voce era l’arma vincente.

E con le donne?

Scherzando su Instagram ho scritto: a che servono gli addominali, io mando messaggi vocali.

Cosa fai ogni giorno per curare la tua voce?

Assolutamente niente. Fino a qualche tempo fa fumavo, ora neanche fumo più, sono diventato un salutista.

Ripercorriamo la tua carriera: tutto è iniziato a Piazza del Popolo a Roma?

In realtà io ho debuttato a tre anni, ma il mondo dello spettacolo mi faceva paura, volevo fare un mestiere più concreto, così a vent’anni ho iniziato a fare il camionista. Una mattina, di ritorno da uno dei miei viaggi intercontinentali, mi fermai insieme al capo camion allo scalo di San Lorenzo per andare a fare colazione a Piazza del Popolo con cappuccino e cornetto. Quella mattina passò di lì una delle voci più importanti di quegli anni, Pino Locchi, era la voce di Sean Connery. Mi vide, io avevo i capelli lunghi, la barba, parevo uno dell’Isis, e mi dice “aho ma che ce stai a fà qua?” – “faccio il camionista” – “ma non se ne parla proprio” mi disse, e mi invitò a seguirlo in via Margutta dove c’era uno stabilimento storico di doppiaggio. Ci pensai e decisi di fare un salto… da allora non sono più uscito, era il 1981.

Mi dicevi che il tuo debutto in realtà è stato a tre anni?

Vengo da una famiglia di artisti: mio papà e mia madre facevano gli attori, così come i miei nonni. Il primo marito di mia nonna era un comandante della Marina americana e purtroppo morì giovane di ritorno da un viaggio in Sud Africa. Le seconde nozze di mia nonna furono con Carlo Romano, la voce di Jerry Lewis. Lui convinse mio padre, che prima faceva il perito agrario, a fare l’attore. Debuttai a tre anni in tv con Paolo Stoppa, nel Demetrio Pianelli.  

Da 007 al Gladiatore hai prestato la voce a tante star di Hollywood, ma qualcuno di questi ti ha contattato dopo aver sentito la propria versione italiana?

Tanti anni fa mi telefonò a casa Pierce Brosnan e io pensavo fosse uno scherzo. Russell Crowe invece l’ho conosciuto personalmente, così come Hugh Grant, e devo dire che sono delle persone straordinarie perché sono famosi in tutto il mondo ma fanno una vita normalissima.

Che momento vive il doppiaggio in Italia?

Un disastro totale. Tutto va molto veloce e il nostro è un mestiere artigianale e non si può fare di corsa. Alcune serie televisive sono doppiate veramente con i piedi, bisognerebbe resettare tutto quanto, cambiare sistema.

E invece il mondo degli attori?

Siamo un’enormità e purtroppo non c’è spazio per tutti. In più c’è una certa abitudine, soprattutto nel cinema, ad usare sempre gli stessi dieci attori, per carità bravissimi, ma sono le stesse facce da vent’anni. E non fanno nemmeno botteghino…se non ci fosse Checco Zalone saremmo rovinati.

Che educazione dai e hai dato ai tuoi figli?

Ho 3 figli: Guendalina di 36 anni, Lupo di 11 e Luna di 9. La nostra generazione giocava per strada, i nostri figli invece stanno incollati ai videogiochi, ai computer, a internet. Sono cambiati i genitori, gli insegnanti, un po’ tutto. Se un bambino prende un brutto voto a scuola, il papà il giorno dopo va dalla maestra e si incazza, insomma è molto complicato. Con mia moglie ci diciamo che oggi più di ieri i ragazzi vanno monitorati, controllati, è importante sapere le loro mosse, quello che fanno, chi vedono. Può sembrare maniacale ma è molto importante per difenderli, perché quello che si sente dai media, è terrificante.

E della situazione politica in Europa cosa pensi?

Quello che sta succedendo in Francia non va assolutamente sottovalutato, invece spesso vedo che i media fanno la conta di quanti siano il sabato i manifestanti. La verità è che in Francia Macron, come si dice a Roma, “ha toppato”. Io non sono per uscire dall’euro, ma quest’Unione Europea così com’è nata non è la mia Europa. Anni fa avevo una barchetta e avevo la bandiera italiana e la bandiera europea, qualche tempo dopo tolto quella europea perché non mi ci riconoscevo più.

Sei sovranista?

Io sono semplicemente italiano. Prima di tutto voglio capire dove va il mio Paese.

Sei testimonial di Unavi (Unione Nazionale Vittime) associazione che si batte per la legittima difesa che fa parte del gruppo di CulturaIdentità.

Spero che la legge sulla legittima difesa passi alla Camera, perché è giusto che lo Stato tuteli chi viene aggredito in casa propria. E non facciamoci raccontare che l’italiano è un cowboy, siamo un popolo di gente buona, tranquilla, e se siamo arrivati a questo punto un motivo ci sarà.

CulturaIdentità, cosa rappresentano per te queste parole?

Per me un meccanico che si intende di motori o un contadino che sa come lavorare la terra è un uomo di Cultura quanto un intellettuale che scrive o legge libri. E della nostra Identità italiana bisogna andare fieri, siamo il Paese più bello del mondo.

A proposito di Cultura della terra, che menù vorresti mangiare oggi in treno?

La carbonara. Fammi trovare una bella carbonara e io non capisco più niente.