SanteVisioni: l’unicorno, da Marco Polo a Borges fra storia e leggenda

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SanteVisioni: l'unicorno, da Marco Polo a Borges fra storia e leggenda
Domenichino, Virgin and Unicorn (A Virgin with a Unicorn), circa 1602, Palazzo Farnese, Domenichino [Public domain]

L’unicorno, anche licorno o leocorno, è una straordinaria creatura che, più di ogni altra, ha un particolare ascendente sulla nostra immaginazione. Viene rappresentato come un cavallo bianco con un lungo corno in mezzo alla fronte, alcune volte con un paio di ali, un misto tra unicorno e pegaso che viene chiamato alicorno, altre volte con una coda da leone e degli zoccoli bipartiti.

Nel simbolismo cristiano rappresenta la purezza, l’incarnazione del Verbo ed il suo temperamento selvaggio e indomito poteva essere placato solo da una vergine.

L’unicorno è descritto negli Indikà di Ctesia , nel Physiologus –un trattato composto ad Alessandria tra il II e IV secolo e poi tradotto in latino-, da Plinio il Vecchio in Naturalis Historia (8,31,76), nelle Sacre Scritture – dove si parla di uno splendido e possente animale munito di corna e chiamato “re ‘èm”-, fino al suo ingresso nei bestiari medievali e successivamente nelle prime opere di sistematica naturalistica.

Anche Marco Polo sosteneva di aver visto un unicorno a Giava.

Gli scrittori classici e medievali nei loro testi e i viaggiatori nei loro appunti, talvolta confusi, annotavano l’esistenza di animali straordinari, a malapena immaginabili. Siccome non esisteva un vocabolario morfologico comune, si accingevano a descrivere, come meglio potevano, le nuove specie animali, comparandole con quelle già classificate: ad esempio la giraffa veniva chiamata cameleopardo, per la struttura fisica simile a quella del cammello e la colorazione simile a quella del leopardo.

ph Beatrice Gigli

Probabilmente il tradizionale unicorno è l’elaborazione di incomprensibili descrizioni del rinoceronte lanoso o dell’elasmoterio, un grosso rinoceronte che viveva nelle steppe dell’Eurasia, entrambi con un singolo corno sulla fronte e che si estinsero durante l’ultima glaciazione.

La forte convinzione che l’unicorno fosse realmente esistito nasceva dal fatto che per molti secoli è circolato il suo corno d’avorio lungo e a spirale, che aveva l’incredibile capacità di neutralizzare i veleni. È Ctesia, negli Indikà, a scrivere come i governanti del luogo lo utilizzassero per fabbricare coppe in grado di rendere innocui i veleni.

In quasi tutte le corti dell’Europa medievale i sovrani volevano sulle loro tavole i corni d’unicorno e persino nell’inventario del tesoro papale di Bonifacio VIII, datato 1295, troviamo una menzione speciale di quattro corna di unicorni, lunghe e contorte (…) [utilizzati per] fare l’assaggio di tutto ciò che era presentato al papa.

SanteVisioni: l'unicorno, da Marco Polo a Borges fra storia e leggenda

Anche nel tesoro dell’abbazia di Saint-Denis, a partire dal 1495, veniva utilizzato per le funzioni liturgiche.

A Ferrara leggenda narra che l’impresa della contrada di Santa Maria in Vado fosse la purificazione delle acque del Po, ottenuta proprio grazie all’unicorno. Per questo motivo nel Palio di Ferrara la contrada porta come effige un unicorno sui colori giallo e viola.

Quasi tutte le cabinet des curiosités nell’Europa del Medioevo e del Rinascimento avevano in esposizione, accanto ad altre meraviglie e stranezze naturali, anche il famoso “corno di unicorno”.

I corni, a spirale e quasi di tre metri di altezza, dal XV agli inizi del XIX secolo, dopo essere stati sottoposti a varie prove per riconoscerne l’autenticità, venivano pagati a peso d’oro.

Anche Elisabetta I d’Inghilterra aveva nella sua camera delle meraviglie un “corno di unicorno, donatole nel 1577 dall’esploratore Martin Frobisher, al ritorno dal Labrador.

Ma nel 1638, con gli studi e le dimostrazioni dello zoologo Ole Worm, entra in scena un altro curioso animale: il maschio del Narvalo, un cetaceo dell’Artico, provvisto di un lungo corno a spirale chiamato “dente di narvalo”.

Nel 1650 il medico inglese Swan scrisse che il dente di narvalo posto su una tavola imbandita poteva rivelare i veleni. Il narvalo, a differenza dell’unicorno, è un animale esistente.

Alla metà del XIX secolo l’unicorno fu definitivamente sfrattato dalla lista degli animali esistenti e dai manuali di sistematica naturalistica.

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ph Beatrice Gigli

Nel 1957 è Jorge Luis Borges a citarlo nel Manuale di zoologia fantastica, scritto con la collaborazione di Margarita Guerrero, e uscito nel 1969 nella versione definitiva con il titolo Il libro degli esseri immaginari.

Il posto dell’unicorno è in quel mondo immaginario e leggendario, di gran lunga assai più fascinoso di quello reale.