Filosofia della medicina, per un approccio personale alla malattia

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Filosofia della medicina, per un approccio personale alla malattia

La malattia è tra le esperienze che più di altre segnano indelebilmente l’esistenza umana, provocando una profonda crisi e una frattura nell’identità del soggetto che è chiamato a rapportarsi con i propri limiti e con il manifestarsi di una sofferenza che, sovente, invade ogni dimensione della propria persona, penetrando sia il corpo che l’anima. In diversi modi, si può poi reagire di fronte ad una patologia, ed è qui che le peculiarità di ciascun individuo entrano in gioco, intessendo le trame di quella che, in fin dei conti, è la storia personale dell’ammalato, che carica di significato quel dato biologico, il quale prepotentemente si incarna e si declina nelle pieghe del vissuto.” Afferma Alessandro Franceschini, filosofo con un Master in Medicina Narrativa, che si occupa di Medical Humanities e insegna Filosofia Sistematica presso l’ISSR de L’Aquila, collegato alla Pontificia Università Lateranense.

Quale filosofo, come si è avvicinato alla “medicina narrativa”?

Il tema della cura mi ha sempre interessato e affascinato e sono fermamente convinto che si può riuscire a prendersi carico di una persona in maniera adeguata, solo se si è capaci di considerarla nella sua globalità. I miei studi hanno sempre avuto al centro l’indagine sull’uomo e la sua esistenza. Inoltre, affrontando la filosofia, mi sono sempre più convinto che questa disciplina fosse chiamata a mettersi a servizio di altri saperi specialistici. Così, occupandomi di antropologia filosofica, morale e bioetica, ho scoperto l’ambito di studio delle Medical Humanities che riguardano proprio il contributo che le scienze umane e le discipline umanistiche possono offrire all’arte della cura, per una comprensione della condizione umana di salute e malattia al fine di creare operatori sanitari consapevoli e sensibili.

Come nascono le “Medical Humanties”?

L’uso sempre più massiccio della tecnologia e le logiche aziendalistiche di governo nella sanità occidentale moderna hanno preso il sopravvento, facendo correre il rischio, spesso, di snaturare la relazione tra curanti e pazienti. Così, alcuni assistenti spirituali, cappellani di ospedali e medici statunitensi, intorno agli anni ’60 del secolo scorso, hanno dato vita al movimento delle Medical Humanities con l’intenzione di riflettere e gestire l’emorragia di anima che la professione medica stava vivendo e che era già stata oggetto di riflessione da parte di diversi pensatori come Viktor von Weizsäcker, Karl Jaspers, Georges Canguilhem, Hans-Georg Gadamer, Ivan Illich, solo per citarne alcuni tra i più noti e significativi. Si è sentita insomma, ad un certo punto, la necessità di introdurre – come parte integrante della formazione alle professioni sanitarie – le Humanities: dalla filosofia della medicina alla storia, dalla letteratura all’arte, dalla religione all’etica, le quali propongono modelli per decodificare il mondo e il comportamento delle persone.

Medicina narrativa in poche parole?

Più che di medicina narrativa è bene parlare di pratiche narrative in medicina o di medicina basata sulla narrazione. Non si tratta di una nuova specialità medica, quanto piuttosto di una metodologia e di un insieme di competenze comunicative che permettono di utilizzare la narrazione del vissuto dei soggetti che entrano in gioco nella relazione terapeutica, per la personalizzazione delle cure. L’uso della narrazione nell’attività clinica permette di rilevare il punto di vista personale su quell’evento drammatico che si sta verificando nell’esistenza di una persona ammalata, permettendo al curante di integrare questi dati del paziente con quelli bio-medici, consentendogli di praticare una medicina più efficacie e di maggior qualità, capace di riconoscere la persona che c’è dietro un sintomo o una patologia, accogliendone e gestendone l’integralità e la complessità.

Intelligenza artificiale e tecnologia come impatto nella cura medica. Non si rischia di snaturare la relazione tra medico e paziente?

Uno degli stereotipi sull’innovazione è che tecnologie e relazione siano agli antipodi, ma non è esattamente così che stanno le cose. È un dato di fatto che le intelligenze artificiali stanno trasformando radicalmente molti settori del nostro vivere. Nell’ambito della bioetica questa trasformazione può toccare ambiti in cui sono in gioco valori grandissimi e le tecnologie più avanzate possono essere artefici di grandi processi disumanizzanti o essere strumenti di grande umanizzazione di un settore come quello sanitario. In tal senso, ad esempio, l’utilizzo della piattaforma DNM-Digital Narrative Medicine – pensata proprio per consentire l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica, attraverso l’uso di un diario virtuale nel quale il paziente viene invitato dal curante a raccontarsi –, ha fatto riscontrare un alto tasso di gradimento da parte di curanti e pazienti, i quali hanno messo in evidenza come la relazione avvenuta nello spazio digitale, abbia permesso di far emergere dati del proprio vissuto, particolarmente significativi per il percorso terapeutico, che diversamente non sarebbe stato possibile rilevare. È questo un caso virtuoso dove la tecnologia ha senza dubbio contribuito a qualificare ulteriormente il rapporto tra medico e paziente.

Qual è il contributo della cultura e dell’arte per recuperare l’aspetto fondamentale che è il legame empatico medico – paziente?

Gli artisti e gli scrittori esprimono vissuti ed emozioni nei quali possiamo identificarci, dando forma a degli stati d’animo. È per questo che scegliamo di fruire le loro opere. Dunque, la cultura umanistica e l’arte in generale sono particolarmente utili per la loro intrinseca potenzialità che ci permette di comprendere noi stessi e gli altri, riuscendo a calarci in un vissuto personale. La visione di un film o di uno spettacolo teatrale, la lettura di una storia, l’interpretazione di un dipinto, l’ascolto di una composizione musicale, rappresentano a pieno titolo un’esperienza vicaria che universalmente ci appartiene dal punto di vista esistenziale e che ci permette di sviluppare la capacità di stare nello spazio prossimale non solo cognitivo, ma soprattutto relazionale. Uno spazio che è fatto anche di silenzio, quando non si sa cosa dire davanti a situazioni che non si sanno spiegare. Le Medical Humanities risultano essere strumenti attraverso i quali gli operatori sanitari imparano a conoscersi, si allenano ad interpretare, a comprendere, ma anche a non capire e quindi a tollerare le ambiguità e l’incertezza. Tutto ciò rappresenta un qualcosa che permette di riflettere sul senso della propria professione di aiuto, cosa quanto mai necessaria per essere davvero capaci di prendersi cura degli altri in maniera appropriata e non vivendo il proprio servizio nei confronti dell’ammalato sofferente, solo come un’erogazione di prestazioni tecniche.

Louvre Museum [Public domain] Statua in marmo di Asclepio, copia romana del II sec.d.C. di originale greco del IV sec.a.C. Museo del Louvre

Il ruolo dell’empatia nella pratica medica?

Ogni relazione tra persone si basa sulla capacità dei soggetti di “sentire l’altro”, intendendo con questa espressione non un semplice ascolto, quanto piuttosto il saper cogliere il mondo dell’altro, così come l’altro lo vede. Questa facoltà di “sentire l’altro” corrisponde all’empatia, che è una modalità intenzionale di relazione con l’altro. Attenzione però, l’empatia non presuppone “fare del bene” all’altro, è un concetto eticamente neutro. Per essere compassionevoli non si può non essere empatici; invece si può essere empatici senza volere il bene dell’altro. Anzi, io posso essere empatico al fine di manipolare l’altro, comprendendolo meglio. L’empatia è vocazione umana: siamo programmati per entrare in relazione con l’altro. Il nostro stile col quale entriamo in relazione e il nostro modo di comunicare, può però essere più o meno empatico. Allora si può sollecitare una riflessione su sé stessi tesa a sensibilizzare e a rendere consapevoli circa la propria capacità di empatia, sviluppando anche delle abilità in tal senso, attraverso una sorta di allenamento. È chiaro che la pratica medica non può fare a meno dell’empatia tra il malato che chiede aiuto e il professionista della salute che deve intercettare, interpretare, comprendere, e accogliere questa esigenza.

Perché è utile l’arte nella pedagogia medica? Come si sposa l’aspetto umanistico con quello scientifico?

Risulta quanto mai necessario promuovere le abilità relazionali, comunicative e tecniche nei professionisti della salute, offrendo loro anche occasioni di riflessione, confronto e crescita comune. Per far questo possono essere utilizzate anche pratiche legate all’arte, come il metodo delle Visual Thinking Strategies. Solo prendendosi cura degli operatori è possibile ottenere un servizio sanitario appropriato ed efficace, all’altezza delle sfide di gestione della complessità insita nel processo di presa in carico e cura del paziente. L’osservazione dell’arte sviluppa e potenzia le capacità analitiche del cosiddetto “occhio clinico” ma anche le abilità interpretative dei vissuti di dolore e sofferenza. Inoltre va tenuto presente che il personale di cura, dovendo gestire carichi emotivi particolarmente gravosi, è più soggetto a sviluppare stress, fino al rischio di burnout. Pratiche di osservazione attiva dell’arte in gruppo, permettono di ridurre questo tipo di stress, incidendo positivamente sul benessere degli operatori sanitari.

Non c’è il rischio di un “Umanesimo digitale”?

Non considererei la prospettiva di un “umanesimo digitale” un rischio. Certamente uno sviluppo tecnologico senza il supporto di una riflessione etica adeguata porta con sé forti criticità, e purtroppo bisogna costatare che attualmente si riscontrano gravi carenze da questo punto di vista. La nostra capacità tecnologica spesso ha il sopravvento sui nostri valori morali. Luciano Floridi, filosofo italiano direttore del Digital Ethics Lab dell’Università di Oxford, sostiene che più il mondo è tech, più ha bisogno di filosofia etica. Perché il tema non è capire se dobbiamo o no aver paura dei robot ma come gestire in modo coordinato la società digitale. A mio avviso, è questa la modalità più corretta di considerare la questione. Sarebbe anacronistico rifiutare l’evolversi della tecnologia nella nostra epoca, ma è necessario governare i processi di questo progresso tecnico in modo tale da indirizzarlo verso un autentico sviluppo umano. È bellissimo il pensiero di Hölderlin richiamato da Heidegger in occasione della sua famosa conferenza sulla questione della tecnica: “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Ecco, credo che questa possa essere una bella chiave di lettura di quello che stiamo dicendo, offrendo una nuova luce ad una prospettiva che spesso assume tratti d’ombra nell’orizzonte di senso della nostra vita umana.