Andrea Attardi, quel “Vento di Buenos Aires” tra parole e fotografia

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Andrea Attardi, quel
ph. Andrea Attardi

Vento di Buenos Aires (Edizioni Postcart) è il nuovo libro di racconti e fotografie di Andrea Attardi, in libreria a marzo 2019.

Attraverso numerosi soggiorni nella capitale argentina dal 1995 al 2008, Andrea Attardi (docente di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma), propone un diario personale di parole e immagini dentro una delle città più emblematiche di tutto il Sudamerica.

Un mondo instabile, in mezzo a crisi economiche ricorrenti, tra avenidas senza fine, barrios degradati o lussuosi, incontri con un’umanità dolce e dura nello stesso tempo, Buenos Aires si spezzetta in un percorso fatto di tante voci, volti e gesti, in una fotografia sempre sospesa fra movimento e attesa di un qualcosa che può accadere.

Un libro, quello di Attardi, che riproduce uno stato interiore dell’autore, nel ritrovare visioni di un passato cristallizzato nel tempo e appartenente a epoche ormai concluse, in questa miscela tra America, Europa e Italia che è Buenos Aires. Simboli, segni e luoghi della città più simili a vuoti simulacri, in un paese che ricopre ancora il ruolo di vittima designata, secondo il collaudato cinismo di un ordine economico mondiale.

Andrea Attardi, scrittore e fotografo, docente ordinario di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Dopo numerosi reportage nei paesi arabi, africani e asiatici, concentra la sua attenzione verso le realtà sociali dell’America Latina. I suoi viaggi-reportage sono stati pubblicati dalle più importanti riviste di settore e le sue foto esposte in diverse mostre di prestigio in tutto il mondo, dal Centre G. Pompidou di Parigi, a JFK Airport di New York, a Universidad de Bologna e Centro Cultural Floreal Gorini di Buenos Aires, solo per citarne alcune.

Andrea Attardi, quel "Vento di Buenos Aires" tra parole e fotografia
ph. Andrea Attardi

Il Vento di Buenos Aires, il suo ultimo libro: motivazione e filosofia.

Il libro “Vento di Buenos Aires” (Edizioni Postcart) è un libro di fotografie con cinque racconti brevi, scritti da me, che si intervallano alle immagini. Ti invio in allegato anche una breve sinossi del libro.
In realtà l’idea è nata conoscendo alcune persone che sono miracolosamente scampate alla morte durante la dittatura del 1976-1983. I loro racconti mi hanno fatto riflettere e, pur non essendo un libro sui desaparecidos, la loro vicenda aleggia sempre nelle foto e nei racconti.
Questa volta ho deciso di scrivere io questi racconti e non di affidarmi a un critico. Non certo per sfiducia o disistima, no, ma per descrivere, attraverso le parole scritte, anche la mia personalità, e di come questa personalità reagisce di fronte a certe visioni. In fondo quando guardiamo le immagini di un fotografo, non sappiamo nulla della sua personalità. Chi è? Che cosa pensa? Non si sa. In questo senso non è il libro classico con foto e prefazione di un’altra persona diversa dal fotografo. Ma è il fotografo stesso che con le sue sensazioni e dialoghi scritti, accompagna le immagini di una città unica e incredibile, appunto per la sua storia.

Reportage e racconto, da una parte c’è la fotografia e dall’altra la parola. Com’è la convivenza tra queste due forme d’espressione?

Credo che la fotografia intesa a 360° è la disciplina che interseca più di tutte le altre forme d’arte, viaggia attraverso la storia, come lo possiamo vedere in questa mostra alla Gipsoteca dell’arte classica di Roma; viaggia con il quotidiano, con la cronaca e addirittura con discipline scientifiche quali lo sono la chimica e l’elettronica digitale. La fotografia ha una sua logica trasversale anche con la parola scritta, è un connubio inscindibile se pensiamo a quanti letterati e scrittori abbiano scritto di fotografia e preso la fotografia come pietra di paragone per le loro iniziative, lavoro e romanzi.

Paolo Monti diceva che le foto si fanno con i piedi.

Paolo Monti è stato il punto di snodo e di svolta della fotografia italiana, senza di lui la fotografia contemporanea italiana non ci sarebbe stata. Sui piedi, è una questione di posizionamento, più che la mente, effettivamente, sono le gambe. Basta uno spostamento di pochi centimetri dei nostri piedi per far cambiare completamente la nostra visione e inquadratura.

Andrea Attardi, quel "Vento di Buenos Aires" tra parole e fotografia
ph. Andrea Attardi

I suoi scatti sono quasi di rottura come quelli di Cartier-Bresson. Nel senso che il suo reportage porta lo sguardo verso la vita, anche se il più delle volte senza volto: ombre e luci sospese in una realtà buzzattiana e surreale.

Tutto proviene dalla pazienza di osservare quel che ci circonda. In questo senso Cartier Bresson è il convitato di pietra in qualunque discussione si faccia sulla fotografia, sia in senso storico che estetico. Anche dopo 15 anni la sua scomparsa si parla sempre della sua opera, proprio a testimoniare l’impronta incancellabile che il suo linguaggio fotografico ha lasciato. Del resto è lui che ha inventato un nuovo modo di fotografare, ossia coniugando il movimento umano con la scenografia ambientale che trovava, città o campagna che fosse. Anche grazie a una nuova macchina fotografica un po’ snobbata da tutti nei primi anni ’30, la Leica 3c con obiettivo a vite. Apparecchio, ricordiamolo, di cui qualche anno dopo proprio Hitler ne incentivò la produzione, dandola in dotazione all’esercito nazista e al maggior numero di famiglie possibile, allo scopo di documentare la propaganda del suo regime. Ma a parte ciò, l’elemento sempre variabile che governa la fotografia è la luce; spesse volte i nostri occhi la travisano, adattandosi a tutti i tipi di luce, mentre la macchina fotografica no. Quindi è di fondamentale importanza la capacità di prevedere e di interpretare la luce, senza preoccuparsi troppo del “momento decisivo” di Cartier Bresson: in fondo tutti i momenti in cui si scatta una fotografia sono decisivi.

Ha viaggiato moltissimo, ha lasciato il luogo delle sue origini, delle sue radici per migrare. Se dovessimo parlare di identità, se ne esiste una, ora dove si troverebbe?

Una bella domanda che mi fa pensare ad un giorno del 1983, quando presi la macchina ed andai a trovare Mario Giacomelli a Senigallia e trovai una persona di una cultura ed una sensibilità senza pari. Mi ricordo di una frase che mi disse: “Perché devi girare il mondo? Guarda che se hai qualcosa dentro, troverai anche sotto casa il tuo mondo e le tue fotografie”. Naturalmente, come fa un figlio con il padre, disobbedii ed iniziai a girare il mondo andando in Sudamerica, in Asia, nei Caraibi, in Africa, facendo tantissimi lavori e fotografie. Ma quella frase la serbavo sempre nel cuore ed, a un certo punto, mi sono accorto che pur continuando a girare, effettivamente, l’origine ed il punto di arrivo è quello in cui ci si trova. Potrebbe essere stimolante anche una passeggiata tra il viale del Policlinico ed il Verano. Se, come dice Giacomelli, uno ha qualcosa dentro, stai sicuro che coglierà qualcosa che sicuramente gli apparirà senza dover andare in capo al mondo. Detto questo, il viaggio serve, perché anche trascorrere un frammento della propria vita in un luogo, in un altro paese aiuta la propria fotografia quando si ritorna nella zona d’origine.

Il mestiere del fotografo oggi.

Per certi versi è stato ucciso. È una strage silenziosa. Se ripensiamo a quarant’anni o cinquant’anni fa, in un qualunque paese della provincia italiana, chi contava era il farmacista, il medico ed il fotografo che fotografava le cerimonie di quel paese. Ho visto per esempio poche settimane fa a Teramo, un’insegna agghiacciante che recitava così: ”Dopo 103 anni lo studio fotografico Iannarilli deve chiudere”. Se ci pensi era sorto nel 1915! Io la chiamerei una strage silenziosa.