Vanni Cuoghi, o la fratellanza fra il reale e il fantastico

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Vanni Cuoghi, o la fratellanza fra il reale e il fantastico
Rimedio, 2019, acquerelli su carta cm 13x19_iii

Cosa ci fa in una galleria come quella di Maurizio Caldirola a Monza Vanni Cuoghi ? Da Caldirola hanno il lasciapassare solo cubi di cemento, tele slavate, metalli elefantiaci, maltrattamenti del pavimento e la natura-cultura in forma big-size e concettualmente dinamitarda, mica la grazia pittorica del tocco e ritocco, il panneggio  e l’incarnato.

Ma uno dei punti di forza di questa mostra che inaugura il 21 Marzo è proprio questo incontro tra la vocazione “installativa” di Caldirola e il retroterra, mai dimenticato,  scenografico di Vanni Cuoghi, che in questa occasione si è permesso di abitare lo spazio con una libertà espressiva, per diverse ragioni, non sempre praticabile.

All’entrata occupa tutta una parete un drago che, se pur avrà mutato le scaglie del suo corpo in post it e barattato la cromia fiammeggiante del suo aspetto per il solo tratto della matita e della grafite, non ha di certo smarrito nemmeno un milligrammo della sua presenza.

D’altronde è questo sempre l’auspicio che l’arte evoca e offre: dar parvenza del reale in forma, seppur inaspettata, più intensa e profonda della sua sola percezione quotidiana e Vanni Cuoghi è collaudato artefice nell’adottare l’invenzione narrativa proprio come ponte tra il fantastico e il reale.

Gli stessi teatrini immaginifici di Cuoghi ne sono lo sfacciato manifesto nel loro sorgere dal retro, dall’interno di confezioni di farmaci, meglio ancora, di psicofarmaci : veicoli a loro volta utili a bypassare i graffi della vita ma che qui, nell’invenzione pittorica, si fanno, appunto, navicelle-del-reale.

L’artista ha pensato di realizzare in galleria un hortus conclusus, un luogo capace di ospitare non  solo e al contempo il reale e il fantastico quanto piuttosto la loro interna fratellanza: il drago realizzato a parete su una cascata di post it è monito e custode dell’ottaedro che Cuoghi ha voluto costruire per farvi germogliare all’inteno non solo fiori ed erba, ma anche i suoi teatrini, parenti senza dubbio dei suoi trascorsi da scenografo ma che qui, liberati dalla tirannia del palcoscenico e della quinta, si concedono la libertà dell’offerta pittorica.

Il drago vi concederà accesso ammonendovi che, all’interno della struttura che abita il volume della galleria, non si avvertirà più distanza tra natura e artificio, tra fiore e quadro. Tutto è reale e al tempo stesso fantastico come i patriarchi del duomo di Venezia che ribadiscono la loro evidenza pietrosa per smarrirla immediatamente nel viaggio dal quale siamo rapiti.

In galleria si è risucchiati all’ interno dell’ottaedro, dell’hortus conclusus quasi esso stesso fosse nascondiglio e rifugio dallo  spazio galleristico, così abbandonato e affidato all’inavvicinabile drago-post-it. D’altronde così agisce l’arte in questo piccolo pianeta blu: ci trasporta altrove eppur sa calarci nella nostra realtà scardinando convenzioni e tracciati abusati perché sempre è l’opera che fa lo spazio (leggasi galleria) e non il contrario.

Il drago e la sua ferocia che San Giorgio attenta assorbe lo spazio della galleria e ne fa il primo capitolo del tessuto narrativo che vi condurrà all’entrata dell’hortus imaginificus  realizzato da Vanni Cuoghi per questa occasione espositiva. All’interno il racconto cresce ed evolve al pari dei fiori che sbocciano.