De Turris: “Evola ci disse come sopravvivere a questa difficile modernità”

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Gianfranco De Turris:
Thomas Cole [Public domain], Destruction from The Course of Empire, 1836, 100.3x161.2 cm, New-York Historical Society

Julius Evola (1898-1974) è conosciuto per le sue opere che spaziano dalla filosofia alla storia, dall’esoterismo alla mitologia, dalla politica al simbolismo, e rappresenta uno dei principali esponenti del tradizionalismo integrale. Alla sua vasta attività di saggista, Evola ha affiancato anche quella di traduttore, permettendoci di conoscere autori del calibro di Bachofen, Guénon, Jünger e Spengler.

Tuttavia pochi sono a conoscenza del fatto che Evola dal 1915 al 1921 si è dedicato alla pittura con grande successo, aderendo al Dadaismo ed entrando in contatto con Tristan Tzara. Le Edizioni Mediterranee hanno colmato tale lacuna proprio recentemente, pubblicando Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia. Manifesti, poesie, lettere, pittura (Edizioni Mediterranee, gennaio 2019, 473 pagine, 39,25 euro), volume che si pone l’obiettivo di riunire e riscoprire le opere artistiche del pensatore romano.

Abbiamo incontrato Gianfranco de Turris, curatore del libro in questione e presidente della Fondazione Julius Evola, che ha conosciuto e intervistato più volte Evola, chiedendogli di fornirci qualche informazione in più su questa opera.

Sappiamo che Evola è stato un intellettuale poliedrico che si è dedicato con profitto a molteplici attività culturali. Tra esse, qual è stato il ruolo dell’arte nella vita del pensatore romano?

E’ stato il primo passo che gli ha consentito di crearsi una base culturale, o meglio una “visione del mondo”. Infatti per lui “arte” non era soltanto dipingere, disegnare o scrivere poesie, vale a dire una tecnica, ma esporre attraverso di essa una rappresentazione di tutti i suoi complessi interessi, un primo gradino, superato il quale sarebbe andato “oltre”.

Sebbene Evola si sia inizialmente avvicinato al Futurismo, successivamente se ne è allontanato. Quali sono stati i motivi a spingerlo a questa decisione?

Dato che il giovane Julius era insoddisfatto del presente e mirava ad altro, poiché era contemporaneamente interessato a filosofi come Nietzsche, a pensatori inquieti come Weininger e Michelstaedter, non poteva che rivolgersi ad un’arte niente affatto “borghese”, bensì “d’avanguardia, ed ai suoi tempi l’unica era il Futurismo, che inizialmente accettò al punto che le sue poesie erano state annunciate per la casa editrice di Marinetti, ma nei confronti del quale ben presto polemizzò sia per le sue idee politiche, sia per l’aspetto esistenziale e per l’esasperato modernismo, alla fine considerando il futurismo, come scrisse nel 1930 in un articolo per la rivista La Torre, un “simbolo della degenerazione moderna”.

E poi perché ha aderito al Dadaismo?

Fu dunque attratto dal Dadaismo per la sua contestazione global, potremmo dire oggi, di ogni espressione del mondo borghese, per la sua volontà di fare tabula rasa di ogni valore. A partire dall’espressione artistica. Ma attenzione: non si trattava, dal punto di vista evoliano, di puro nichilismo distruttore, ma di un desiderio di recupero di una spiritualità che attingeva anche alla sapienza orientale e a certa filosofia occidentale. Evola interpretò così il Dadaismo, secondo le sue coordinate culturali, in un modo sui generis, sempre motivando e citando le sue fonti di riferimento.

Ci può indicare gli elementi distintivi dell’arte evoliana?

Nella sua pittura, sia del periodo futurista, le “tendenze di idealismo sensoriale”, sia del periodo dadaista, le “tendenze di astrattismo mistico”, è l’aspetto interiore, spirituale, metafisico che conta, non soltanto la capacità tecnica e l’inventiva simbolica. La rappresentazione pittorica (o anche poetica) va oltre il tema, va al di lì del soggetto, l’artista tende esplicitamente ad un livello superiore. Non per nulla molti quadri del periodo dada sono intitolati “paesaggio interiore” con l’indicazione di un orario preciso, come se in quel preciso momento l’artista avesse avuto una particolare illuminazione e l’avesse subito immortalata sulla tela. Certe opere, di entrambi i periodi, sono veri capolavori tanto che sono in almeno due musei italiani, e in molte collezioni private, raggiungendo alle aste di importanti case recentemente cifre intorno ai centomila euro.

Perché Evola dal 1921 abbandona anche il Dadaismo e soprattutto l’arte?

Perché aveva raggiunto i suoi fini ed i suoi scopi, perché l’arte non poteva dargli più di quanto gli avesse dato ed era necessario passare ad altro, passare oltre. Evola nel 1921, quando aveva dunque appena 23 anni, subì una terribile crisi interiore che, come lui stesso ammette, lo portò ad un passo dal suicidio, come si potrà leggere in dettaglio nel libro-intervista che abbiano intitolato Autobiografia spirituale curato da Andrea Scarabelli e che uscirà entro un mese per le Mediterranee. Poi comprese che non poteva cedere, che non poteva fermarsi, che era il caso di avviarsi in altre direzioni spirituali. Curò una versione del Tao te ching di Lao-tze (1923); completò Teoria e fenomenologia dell’Individuo assoluto (1924); si avvicinò al Tantrismo (1926); iniziò a frequentare i cenacoli spiritualisti romani e creò il Gruppo di Ur (1927-9).

In che modo la Tradizione ha inciso sulle sue opere?

Scoprì il pensiero di René Guénon: fu un incontro/scontro nato da una recensione negativa di Evola del 1925 ad un libro del pensatore francese sul Vedanta. Le opere di questi gli aprirono nuovi orizzonti e gli precisarono il retroterra culturale, ma la Tradizione di Guénon venne da lui re-interpretato in modo “attivo” e “guerriero” e divenne la base di tutta la sua successiva dottrina. Evola ha sempre portato sul piano pratico e della azione quel che Guénon lasciava sul solo piani metafisico. Per alcuni studiosi attuali del suo pensiero, l’aver abbandonato la via propriamente filosofica in cui si era dimostrato un gigante, fu un errore, e la Tradizione lo depotenziò. Ma evidentemente Evola non era portato ad essere unicamente un filosofo, ma doveva fare qualcosa di più. La sua Tradizione non era solo una astrazione teorica e sapienziale come quella del Maestro francese, ma imboccava la via dell’azione consapevole, una via attiva, da qui le sue particolari interpretazioni dell’ermetismo e dell’alchimia, da qui la sua particolare interpretazione del Graal quale simbolo della idea imperiale ghibellina, per fare un paio di esempi.



 Représentation de Julius Evola probablement inspirée d’une photo de 1940 (ou similaire de la même époque) – Ph. aeneastudio – 2009 – Flickr



Nei giorni scorsi si è tenuto uno specifico convegno dedicato al tema: quali sono state le riflessioni emerse dal confronto tra i relatori?

Si è trattato di un evento molto importante che dovrebbe far riflettere coloro che continuano a snobbare Evola solo perché hanno pregiudizi sul suo nome. Nell’ambito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma si è parlato di Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia, costato almeno quattro anni di lavoro, che riunisce gli scritti teorici, i manifesti, le poesie, le lettere a Tzara e la pittura del pensatore romano, materiale sparso in opuscoli spesso introvabili. Erano presenti Carlo Fabrizio Carli che ha parlato dei criteri che hanno portato a certe scelte metodologiche e del perché si è seguita una certa via in un momento in cui i “falsi” evoliani abbondano sul mercato dell’arte; poi Vitaldo Conte che ha affrontato l’Evola poeta, soprattutto l’autore di quel La parole obscure du paysage intérieur che è emblematico della sua particolare “visione del mondo” di allora; e Dalmazio Frau che ha trattato di un tema sinora ignorato soltanto perché non si era posta la dovuta attenzione sul fatto che Evola non solo pubblicava negli anni Venti dei libri ma si preoccupava anche del loro aspetto esteriore, sia come grafica delle copertine sia come illustrazioni. Una vera scoperta, anche se sotto gli occhi di tutti. Ne è emerso un quadro d’insieme affascinante che ha colpito il pubblico numeroso e attento, come testimoniano le riprese della presentazione visibili su Facebook e Youtube.

Julius Evola è stato considerato per vari lustri dai cattedratici un intellettuale minore e ha subito l’onta della vergogna per aver collaborato con il regime fascista e nazista, nonostante abbia aspramente criticato entrambi e abbia subito più volte la censura delle proprie opere. Nondimeno, oggi, pare che la figura del pensatore romano sia tornata di moda tra i giovani. Anche filosofi come Aleksandr Dugin, Alain de Benoist e Marcello Veneziani, senza dimenticare Steve Bannon, si ispirano alle sue opere. Qual è il motivo di questa grande attenzione?

Semplicemente perché Evola, a leggere bene e con attenzione i suoi molti scritti, non soltanto i suoi libri ma anche gli articoli giornalistici che si occupano di fatti contingenti (le raccolte in merito sono ormai molto numerose), è stato veramente profetico nel segnalare gli errori e gli orrori della Modernità sin dagli anni Trenta. E ovviamente nell’indicare i rimedi e le vie di uscita sia generali che personali. Ovviamente per nulla facili e semplici. Complessivamente ha proposto una “visione del mondo” che permette, a chi vuole, di “sopravvivere alla Modernità” e di pensare a soluzioni alternative. Cosa che è sempre più difficile, si deve aggiungere, man mano che il tempo passa e la tecnologia ci condiziona in ogni aspetto della nostra vita. E anche se la sua visione della Tradizione è alquanto diversa dal concetto generale che se ne ha (i guénoniani ortodossi ad esempio, lo considerano peggio del diavolo).

Tutto questo non è stato compreso dai suoi critici, sia in buona ma a soprattutto in mala fede, che sono abbagliati da preconcetti ideologico-politici, anche se ormai in tanti anni sono stati ritrovati e pubblicati innumerevoli documenti che chiariscono bene la sua posizione rispetto a fascismo e nazionalsocialismo, con i quali certo collaborò – come collaborarono innumerevoli altri uomini di cultura del tempo spesso sino al livello della piaggeria, tutti in seguito assolti – ma in una posizione particolarissima e autonoma: come poi scrisse, egli si illudeva di poter compiere al loro interno una azione “rettificatrice” cercando di portare i due regimi accanto alla “rivoluzione conservatrice” europea nel cui ambito deve essere quindi collocato. Il problema fondamentale dei critici di Evola è che non hanno letto una riga di Evola e parlano in genere per partito preso, e con questa gente è impossibile non dico dialogare, ma anche solo parlare. Si potrebbe dire che hanno paura di Evola e lo considerano peggio di Belzebù. Che come qualcuno forse ricorda era il soprannome che veniva dato a Giulio Andreotti…