Fellini visto dall’occhio (fotografico) di Vittoriano Rastelli

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Fellini visto dall'occhio (fotografico) di Vittoriano Rastelli
Federico Fellini ph. Rastelli

Lo scorso 4 marzo è stata inaugurata presso la Casa del Cinema di Roma, a Largo Marcello Mastroianni 1, la mostra fotografica Fellini, uno sguardo personale di Vittoriano Rastelli, a cura di Andrea Mazzini, visitabile fino al 15 marzo 2019.

Trenta immagini del Maestro ripreso in vari momenti della sua carriera con uno sguardo più personale. Le fotografie di Vittotio Rastelli raccontano non solo un Fellini regista, ma anche l’uomo, la sua ironia e il suo genio visionario.

Vittoriano Rastelli è un fotoreporter che immortalò il terrore e la ferocia della guerra, la misticità dei viaggi in Terra Santa dei Papi Giovanni Paolo II e Paolo VI, e la frivolezza della moda. Ha collaborato con le più grandi testate giornalistiche a livello mondiale quali: Life, New York Times, Epoca, AD, Vogue, tanto per nominarne alcune, ed è stato insignito di prestigiosi premi giornalistici.

Come si è avvicinato al mondo della fotografia di scena?

Non ho mai fatto il fotografo di scena. Quel che mi annoiava moltissimo era proprio il set cinematografico. Pensandoci, avrei due o tre fotografie fatte sul set di Fellini, mentre girava “Boccaccio 70”, ma tutto il resto l’ho fatto per conto mio, su commissione. Spesso capitava che aspettassi la fine della giornata di riprese per seguire Federico Fellini ed il suo entourage a cena e lì, li fotografavo mentre ordinavano da mangiare. Cercavo di inventarmi qualcosa che non avesse nulla a che fare col set dei film ma che si convertisse in un altro set: il mio. Fellini si prestava benissimo. Ero un fotogiornalista che faceva un reportage.

Com’era immortalare la magia delle scene felliniane? O è un’idea romantica?

Era una persona di una semplicità enorme. Per caso abitavamo vicino: io a via del Corso e lui a Via Margutta, per ciò lo vedevo spesso e le nostre mogli andavano a fare la spesa dallo stesso droghiere e dallo stesso fruttivendolo; sembra che il Maestro fosse avarissimo. E la domenica, un quarto all’una, lo vedevi che attraversava Via di Ripetta per andare a mangiare come una coppia comune in un ristorantino tranquillo in fondo a Via di Ripetta o a Messa.

Fellini artista e uomo: un sognatore o un visionario?

Di notte sognava ed al mattino, quando si svegliava, scriveva quello che aveva sognato. Ti racconto un episodio di Otto e Mezzo: Sandra Milo, che era una donna bella col suo vitino, la fece ingrassare di venti kili. Avevo fatto un servizio a Sandra Milo che doveva mangiare come una matta per contratto, altrimenti non l’avrebbe presa. Insomma, l’aveva sognata grassa e così doveva essere.

Dal sogno felliniano al reportage di guerra: un’evoluzione dolorosa o arricchente?

Arricchente senza dubbio. Facevo contemporaneamente l’uno e l’altro. Per esempio, quando feci queste foto della mostra all’epoca del Satirico, avevo già fatto la guerra dei 6 giorni di Israele. Sono sempre passato da un alluvione ad un terremoto. Poi da un terremoto a Sandra Milo all’ingrasso per fare un film. Se fotografi una realtà con un’attrice o con una modella, non riproduci mai la realtà. Ho fatto 11 guerre e ho lavorato per il New York Times dal ’78 al 2001, ho fatto moda scattando per il New York Times, senza capire niente di moda. Fotografavo il vestito e capivo che funzionava.

Fellini visto dall'occhio (fotografico) di Vittoriano Rastelli
Anita Ekberg and Federico Fellini on the set of Boccaccio 70, 1962

Come ha vissuto il cambiamento dall’analogico al digitale?

Malissimo. Ha decretato la fine del mio lavoro. Il digitale è di una facilità enorme. Non esiste più il problema di quante fotografie scattare, mentre prima dovevi stare attento a quanti fotogrammi avevi ancora in macchina. Col digitale è finito un mondo. Mi sconvolge la fine di un industria come la Kodak che non esiste più. Tutti fotografano e si sentono fotografi con i loro automatismi, contemporaneamente i giornali non hanno più soldi e non possono investire. Noi parliamo di fotografia, ma se ci pensi, col telefonino leggi i giornali, non vai più in edicola e difatti, molte sono chiuse e se sono aperte è perché hanno diversificato con santini del vaticano o altro. Col digitale è finita un’epoca e ne è iniziata un’altra. È come un paese che passa dalla dittatura alla democrazia.

Cos’è cambiato nella mente dei fotografi con il nuovo modo di fotografare?

Ho provato ad adattarmi, ho fatto Medjugorje per il Venerdì di Repubblica, ed in effetti non c’è differenza, anzi, il digitale ha un vantaggio enorme, fai meno fatica, forse è persino più bella. Ma bisogna considerare che è finita un’epoca perché ha tolto l’importanza che aveva la fotografia e la figura del fotografo. Dal punto di vista meramente tecnico il digitale è superiore all’analogico, più facile e meno costoso ma concettuale: la fotografia quella con la F maiuscola è morta.

Qual è il compito della fotografia?

È far vedere ciò che accade in un posto a chi non è presente.

L’ossessione per la tecnica è un limite espressivo?

Secondo me no. Alla fine giudichi ciò che vedi. Dal punto di vista del fotografo, c’è chi segue la tecnica avendo bisogno dell’esposimetro e c’è chi invece ha una qualità innata per cui a occhio si regola come impostare la macchina rispetto alla luce a disposizione: tempo, diaframma, iso.

L’importanza della cultura per comprendere la fotografia…

Ci sono pochi che riescono a vedere la differenza tra una fotografia artistica, di reportage ed una fatta senza criterio. Se fotografavo per il New York Times o per Vogue, fotografavo in modi diversi. Ogni testata ha la sua immagine ed il proprio linguaggio.

La fotografia oggi rispetto al passato.

Le mie fotografie sono state tutte commissionate, oggi i giornali o chiudono o non hanno i soldi, parlo dell’Italia. Ed i pochi giornali che stanno in piedi, lo sono perché hanno degli editori alle spalle con degli interessi diversi. Purtroppo, la fotografia ed il giornalismo sono finiti. La fotografia è finita con l’avvento del digitale che ha ucciso tutto un mondo al quale ero abituato.

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