Pronto Soccorso all’ombra del campanile

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Vanessa Saffer

L’Italia è storicamente il Paese dei mille piccoli comuni, dei mille borghi e dei mille campanili, ognuno con la propria storia e le proprie tradizioni. Attraversandola dalle Alpi a Modica in lungo e in largo si incontrano monumenti, musei, bellezze paesaggistiche e naturalistiche uniche al mondo, nonostante una politica che in maniera scellerata troppo spesso ha dimenticato il territorio laddove non ha contribuito direttamente a farne scempio con i vari ecomostri edilizi. 

Le ricette regionali italiane rappresentano poi un goloso viaggio attraverso specialità gastronomiche e virtuosismi culinari che sono una sinfonia per il palato e per il cervello. Ed è giusto che ogni comunità locale tenda a preservare e a valorizzare le proprie tradizioni anche per fortificare il senso di appartenenza.

Qualcuno tra i lettori ricorderà un burbero politico della Democrazia Cristiana, Carlo Donat Cattin del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita. Nel 1988, nella veste di Ministro della Sanità, Donat Cattin, in applicazione della Legge 8 aprile 1988 n.109, diede il via ad una manovra di riequilibrio, termine eufemistico per dire drastica riduzione, dei posti letto nelle strutture ospedaliere italiane.

Questa iniziativa avrebbe negli anni successivi determinato le vibranti proteste delle genti del bel paese là dove ‘l sì suona tanto per citare Dante. Ed iniziò l’inferno, non il XXXIII canto, ma quello che con una escalation inarrestabile ha determinato in gran parte la situazione odierna: carenza di posti letto ospedalieri, imbuti all’interno dei Pronto Soccorso sempre più intasati e aumento esponenziale dei casi di intolleranza o di autentica violenza verbale e fisica nei confronti degli operatori sanitari, additati dalla gente come i primi colpevoli delle lunghe attese in PS.

Ma andiamo con ordine. La vostra cronista, allora diciottenne, aveva ben altri pensieri e sicuramente nulla le avrebbe potuto interessare della soppressione dei presidi con meno di 120 posti letto, un dato che nel 1988 interessava ben 257 istituti per un totale di 18.443 posti letto da disattivare o riaccordare. Iniziava allora la lenta agonia dei cosiddetti piccoli ospedali che furono gradualmente riconvertiti o sottoposti ad una forma di eutanasia politica che ne determinò la chiusura mentre, al contempo, si dilatavano i discorsi sull’importanza di garantire le cure sul territorio, portando la sanità a casa dei cittadini; un po’ come gli avvisi di pagamento delle tasse oppure come le cartoline, cosa che in effetti ormai è desueta. Mi riferisco al pagamento delle tasse ovviamente.

Nel 2012, quando la vostra cronista era un po’ più cresciutella ed anche per dovere professionale aveva modificato i propri interessi, la Legge 135 indicò lo “standard dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del Servizio Sanitario regionale ad un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie”.

E dunque 24 anni dopo le indicazioni del Donat Cattin la nuova riproposizione dell’irrisolto problema dei piccoli ospedali, problema inteso pressoché esclusivamente come ossessiva ricerca di riduzione di posti letto. Tutto questo nell’Italia dei mille campanili e dunque delle mille e mille schermaglie tra le popolazioni locali, proprio le stesse con tradizioni, ricette ed ospedali da difendere pronte a protestare e scendere in piazza contro le amministrazioni regionali e le direzioni delle aziende sanitarie e tutto ciò a prescindere dalle mutevoli colorazioni delle alleanze politiche al potere.

Ma veniamo ad oggi. Migliaia di posti letto chiusi negli anni senza il contestuale aumento dell’offerta sul territorio, a meno che non si voglia intendere tale un ibrido come le case della salute o il proliferare di strutture accreditate o no, e le residenze sanitarie assistenziali. E si torna comunque all’ospedale. Perché magari il cittadino tende a fidarsi maggiormente, a torto o a ragione dello specialista ospedaliero.

Perché magari il cittadino, a torto o a ragione, un tentativo per aggirare le liste di attesa lo fa rivolgendosi al Pronto Soccorso. Perchè magari il cittadino, a torto o a ragione, anche per limitare il costo ed il fastidio del chilometraggio, il Pronto Soccorso lo vorrebbe all’ombra del proprio campanile. Perchè magari in questo caso, non so più se a torto o a ragione, può guadagnare un po’ di tempo e dedicarsi in santa pace ad apprezzare le bontà della cucina locale di questo splendido Paese delle meraviglie.

@vanessaseffer