Antonia Fotaras, la ragazza dai capelli rossi nel Nome della Rosa

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Antonia Fotaras «La recitazione mi fa sentire libera»
ph Piergiorgio Pirrone

L’esperienza teatrale coi grandi classici (Orestea, Medea, Baccanti) le ha lasciato tanta energia; tv e cinema (è stata alla SIC di Venezia con Si sospetta il movente passionale con l’aggravante dei futili motivi e a gennaio 2019 è uscito il suo primo lungometraggio, Il primo re di Matteo Rovere) le stanno conferendo popolarità. Antonia Fotaras buca letteralmente lo schermo, con quella chioma riccia che riempie l’inquadratura e gli occhi azzurro mare. Ha una bellezza ancestrale che sta mettendo a servizio di lavori in costume, ma riserverà sorprese anche in progetti ambientati ai giorni nostri. In questi giorni la stiamo vedendo su RaiUno nei panni della ragazza dai capelli rossi, entrata in contatto con Adso (Damian Hardung), ne Il nome della rosa, tratto dall’omonimo libro di Umberto Eco.

Antonia, cosa ti ha colpito istintivamente di questo ruolo?

La sua forza. È una donna che ha subito moltissime violenze, è scappata dalla guerra e mi ha affascinato la sua decisione di vivere nei boschi per sopravvivere.

Tenendo conto della recitazione molto fisica che richiedeva questa parte, che tipo di approccio hai avuto?

Partendo dalla condizione di vita nei boschi e dai traumi che porta con sé, ho immaginato come  potesse agire nel mondo che adesso sente suo, comportandosi quasi da “selvaggia”, con movimenti molto veloci.

Questa donna viene associata alla tentazione. Che cosa vuol dire per te incarnare questo “impulso”?

Abbiamo lavorato molto col regista (Giacomo Battiato) su questo punto. Lei viene vista dagli altri come tentatrice in quanto, all’epoca, la donna veniva associata alle streghe, al male; in realtà come persona non è una tentatrice e si vede molto bene nella puntata dell’11 marzo. Soffre di disturbo post traumatico da stress. Stiamo parlando di una ragazza che, con queste ferite interiori, a un certo punto vede un giovane monaco in cui si può identificare e prova, grazie a lui, il desiderio di comunicare. Ogni volta che viene sfiorata scattano dei flashback, che possono essere più o meno violenti a seconda della situazione e di volta in volta reagisce più o meno violentemente.

Ti eri già rapportata col romanzo?

Avevo sia letto l’opera che visto il film a scuola; ma come spesso accade quando fai qualcosa di scolastico per puro compito, non ne vieni rapito. Con la serie ho avuto l’opportunità di riprendere il libro e scoprire tutto un altro mondo. Mi auguro che questo progetto faccia avvicinare i giovani alla lettura de Il nome della rosa.

C’è una frase che ti è rimasta particolarmente impressa di Eco?

In questo romanzo ci sono tantissimi temi e l’investigazione è una chiave per poter parlare della ricerca di qualcosa di vero, che è alla base del mio mestiere. Di primo acchito, come citazione, mi viene in mente un passaggio che sottolinea la funzione del riso nella nostra esistenza: «Venanzio, che sa… che sapeva molto bene il greco, disse che Aristotele aveva dedicato specialmente al riso il secondo libro della Poetica e che se un filosofo di quella grandezza aveva consacrato un intero libro al riso, il riso doveva essere una cosa importante».

Antonia Fotaras «La recitazione mi fa sentire libera»
ph Angelo Turetta

Nei primi minuti della puntata iniziale il personaggio di Guglielmo da Baskerville (interpretato da Turturro) afferma: «esiste un solo modo per combattere l’ignoranza e l’odio: usare la conoscenza per migliorare la razza umana». Quanto sei d’accordo?

Totalmente. Il problema è proprio la non conoscenza. Quando non conosci qualcosa ne hai paura. Ad esempio nei confronti del mio personaggio questo atteggiamento è palese, sussiste un pregiudizio legato all’ignoranza che porta ad attribuire l’etichetta di strega. È essenziale conoscere e approfondire tutto ciò che ci circonda.

A tal proposito, nel tuo percorso umano e artistico c’è qualcosa che ti ha permesso di conoscere meglio te stessa?

Tutti gli esercizi connessi alla tecnica interpretativa effettuati durante le scuole di recitazione fanno scoprire dei lati che, per com’è strutturata la società, uno tende a oscurare anche solo per pudore. Per questo ruolo ne Il nome della rosa ho fatto emergere dalla memoria culturale questa rabbia che lei si porta dentro. Difficilmente nella vita vera ti ritroveresti ad urlare così di pancia come, invece, è avvenuto nella serie.

Su questo set, cosa hai imparato sul piano attoriale visto lo stretto rapporto con star internazionali?

Mi hanno insegnato ad avere un buon dialogo con il regista e che quando questi ti pone una richiesta è tua responsabilità attoriale comprendere se l’indicazione appartiene al personaggio oppure no. Il rispetto dei ruoli e il confronto tra regista e interprete aiuta a evitare di fare cose scontate o errori dovuti alla fretta e all’approssimazione.

Tenendo conto della tua età e delle tappe che stai affrontando, quanto è importante circondarsi di professionisti che ti supportino nelle scelte?

È imprescindibile. Alla base della recitazione c’è lo studio, il che vuol dire affidarsi a insegnanti di qualità. A ciò si devono associare agenzia e ufficio stampa di livello (in questo caso rispettivamente SCA – Service Cast Artistico e ZaccariaCommunication) con una serie di persone competenti con cui creare una squadra.

Come hai scoperto i tuoi talenti? (ha anche praticato nuoto a livello agonistico)

Sono abbastanza iperattiva e ho sete di conoscenza. Tutte le altre sono passioni “secondarie”, la recitazione è quella principale da quando avevo sette anni e frequentai un laboratorio a scuola. È ciò che mi fa sentire libera. Inizialmente ho studiato da autodidatta, a sedici anni ho incontrato quella che è tutt’ora la mia insegnante, Marialuce Cangiano, formatasi presso La Bottega Teatrale di Vittorio Gassman.

Antonia Fotaras «La recitazione mi fa sentire libera»
ph. Piergiorgio Pirrone

Cosa ti spaventa di questa professione?

Al di là della precarietà che trasmette sempre un po’ d’ansia, probabilmente la continuità negli anni. Mi piacerebbe avere la possibilità di recitare fino a ottant’anni se avrò modo di arrivare a quell’età.

Conosci cinque lingue oltre all’italiano…

Papà da piccola ci teneva che imparassi il greco. Essere bilingue ti dà una capacità incredibile di imparare altre lingue. Parlare in altre lingue ti fa sentire quasi un’altra persona ritornando così quasi al concetto che c’è dietro la recitazione.

Dove ti vedremo prossimamente?

A fine marzo dovrebbe essere trasmessa su RaiUno la fiction Mentre ero via, diretta da Michele Soavi. Interpreto una diciassettenne che soffre di anoressia. Tutto parte con il risveglio dal coma  della madre (Vittoria Puccini), la quale non ricorda gli ultimi otto anni di vita. Nel frattempo è morto anche il padre della ragazza e si svilupperà da un lato l’investigazione, dall’altro un grande conflitto con la mamma che in qualche modo l’ha portata all’anoressia.