Andrea Attardi, quando il classico è contemporaneo

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Andrea Attardi, quando il classico è contemporaneo
Classico Contemporaneo 2007 50x60cm

Andate al Museo dell’Arte Classica della Sapienza di Roma:
fino al primo aprile 2019 potrete visitare la mostra fotografica Classico Contemporaneo, di Andrea Attardi, diciotto immagini delle statue in gesso e degli spazi che le accolgono all’interno del Museo a cura di Alessandra Zucconi e di Andrea Mazzini.

Attardi instaura un dialogo tra immagini e statue ritratte, introducendo lo spettatore in un luogo in cui il classico e il contemporaneo, per un momento, forse coincideranno. Immagini di grande forza, identità e spazialità. La loro pienezza vibra dentro ciascuno di noi inducendoci verso dimensioni nuove e destinazioni più consone alla materia altrimenti inerti ed insensibili. La tenue luce accarezza i pieni ed i vuoti delle candide sculture che sembra emanata dall’interno della materia, come capita negli esseri umani, dove buio e luce albergano all’unisono, energia che se indirizzata creativamente, può produrre visioni di vita e di sospiri animati.

Andrea Attardi, scrittore e fotografo, docente ordinario di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Dopo numerosi reportage nei paesi arabi, africani e asiatici, concentra la sua attenzione verso le realtà sociali dell’America Latina. I suoi viaggi-reportage sono stati pubblicati dalle più importanti riviste di settore e le sue foto esposte in diverse mostre di prestigio in tutto il mondo, dal Centre G. Pompidou di Parigi, a JFK Airport di New York, a Universidad de Bologna e Centro Cultural Floreal Gorini di Buenos Aires, solo per citarne alcune.

Andrea Attardi, quando il classico è contemporaneo

Il classico e il contemporaneo sono concetti antitetici o l’uno può esondare nell’altro?

Non sono antitetici. Convivono perché la nostra contemporaneità senza un passato classico non avrebbe linfa, non avrebbe sangue, non avrebbe ossigeno per poter andare avanti. Non si può far a meno della classicità che si trova nell’arte, nella letteratura. Ho passato l’inverno a rileggere la Divina Commedia, è un’esperienza incredibile e una lettura attualissima. Classico e contemporaneo vanno avanti in una coesistenza magica.

Le foto devono “raccontare”?

Abbiamo tanti generi fotografici ed il più longevo, quello del reportage, del fotogiornalismo, racconta molte diverse realtà anche se è cambiato molto nel tempo. Se pensiamo che il 6 giugno del 1944, testimone allo sbarco di Normandia, c’era un solo fotografo (conosciamo tutti Robert Capa) e se facciamo il paragone con la cacciata del colonnello Gheddafi dalla Libia, dobbiamo sapere che in quei mesi sono transitati oltre 2600 fotografi in Libia. Ovvio che questo tipo di racconto è cambiato.
Secondo me, la fotografia più che raccontare e mostrare può suggerire qualcosa e aprire l’immaginazione dello spettatore verso un qualcosa di misterioso, di enigmatico, nel quale lo spettatore può immaginare un suo racconto, una sua lettura indubitabilmente diversa dal fatto conclamato.

L’etica e l’estetica nella sua fotografia.

L’etica è rimanere fedeli a se stessi ed avere una convinzione incrollabile nei propri mezzi, potrebbe sembrare presunzione, ma non lo è. Eticamente, chi fa fotografia deve essere convinto di essere il numero uno, o non lo sarà. Avere questa grande motivazione interiore, incrollabile, anche se ci sono dei periodi che non si riesce a fotografare, o non si hanno i giusti riconoscimenti che ci aspettiamo, è proprio lì che non può venir meno questa “pazienza” questa “forza” incrollabile. Secondo me il fattore estetico è preponderante, qui si apre un grosso dibattito, perché possiamo dividere la fotografia del bello esteticamente, come può essere il museo d’arte classica di Roma e nella Gipsoteca, dove ho inserito queste opere che rappresentano quello che è in contraddizione con questo mondo, ovvero l’infernizzazione del mondo che ci circonda. È anche vero che dei volti tormentati o macerati dalla tragedia, penso all’ultima mostra di Paolo Pellegrin al Maxi, in realtà hanno la loro estetica nascosta che solo l’obbiettivo del fotografo può far uscire fuori.

Andrea Attardi, quando il classico è contemporaneo

Classico Contemporaneo 2007 50x60cm

L’idea del tempo in fotografia.

Ho un modo di lavorare molto strano: prima fotografo e poi ripongo i miei negativi in un cassetto ed alcuni resteranno lì per 10 anni. Un tempo molto dilatato. Il tempo è una componente fondamentale della fotografia, la mia emozione è rivedere a distanza di anni ciò che avevo fatto che poi, casualmente e magicamente prende la forma di un progetto, come è stato nel caso della mostra alla Gipsoteca.
Anche se in realtà è un tempo metafisico, evocativo, che rimanda ad altre epoche, in zone del mondo e della mente che unisce un tempo bipolare scandito dagli anni.

L’analogico, stampare dal negativo oggi potrebbe essere considerato un evento? Come considera il digitale?

Ho sempre pensato che il negativo analogico, dal quale si riproducono le stampe è un file materiale, tangibile, con un suo odore caratteristico. Ora, il progresso tecnologico ci consegna un file immateriale, dentro la memoria di un computer, una pennetta… non posso toccare, ma solo vedere. Il mondo della fotografia digitale per un certo tipo di lavori è utile, è fondamentale. Ha dei pregi indiscutibili come i programmi di postproduzione e di rielaborazione, utilissimi a velocizzare il lavoro, anche nella condivisione. Possono anche farci vedere delle cose che la fotografia analogica a volte ci nasconde. Parlo un attimo del mio libro: “Vento di Buenos Aires” (Edizioni Postcart) che sarà presentato a Roma al Macro Asilo il 27 marzo. Per spiegare la lavorazione della scansione dal negativo in bianco e nero, ho scoperto da lì che il digitale è un mezzo utilissimo per far vedere delle cose che la stampa analogica nasconde. Sono nato in un’era analogica ma devo fare i conti con questo sistema che per certi versi ha semplificato parecchio la vita del fotografo.

Lo sguardo di chi guarda una fotografia va ammaestrato ed educato?

Anche qui è una questione a doppio taglio, la fotografia è una delle arti visive che deve ispirare un giudizio nello spettatore. Un film lo dobbiamo vedere e rielaborare, davanti ad un quadro di Caravaggio si resta sorpresi ed ammirati. La fotografia è tout court, o piace o non piace: attrazione o repulsione immediata. È anche vero che lo sguardo di chi guarda la fotografia è letteralmente sommerso, al giorno d’oggi, d’immagini e, quindi, può anche andare in corto circuito. Sarà difficile distinguere cosa è ricerca vera e magia e cosa diventa un gioco strumentale, un accessorio o una scorciatoia pur di fare qualcosa. Un certo tipo di educazione servirebbe.

Come vede il futuro della fotografia?

Questa è la domanda delle domande! Dal punto di vista personale è la mia vita e non so cosa sarebbe stata la mia vita senza una macchina fotografica. Sarei stato un disadattato. In linea generale, direi che c’è bisogno della fotografia e questo allargamento che il digitale ha consentito, la capacità per tutti di fare fotografia va anche visto positivamente. Era una faccenda d’elite o quasi di setta, riuscire a mettere le mani su di una macchina fotografica, sviluppare le pellicole, stamparle nelle camere oscure… era qualcosa di quasi massonico. Adesso, questo futuro è davvero la contemporaneità come succede sui social. È una rivoluzione epocale che coinvolge miliardi di persone che possono fare fotografia, bypassando tutte le questioni tecniche.