Tutto quello che avreste voluto sapere sull’empowerment sanitario

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Tutto quello che avreste voluto sapere sull'empowerment sanitario
Pexels License ph rawpixel.com

Il mondo della sanità appare sempre più ricettivo verso l’uso di una terminologia mutuata dal mondo anglosassone, che reca con sé il tentativo di introdurre nel nostro Paese concetti, teorie, procedure a volte difficilmente concretizzabili se non addirittura inconciliabili con la realtà del vivere professionale quotidiano.

Prendiamo ad esempio il cosiddetto empowerment, ovvero quel fenomeno dinamico che significa “sentire di avere potere” o “sentire di essere in grado di fare“.

L’empowerment rappresenta, o meglio dovrebbe rappresentare, una delle modalità mediante la quale un operatore sanitario, solitamente il medico e l’infermiere, dovrebbero approcciare a quanti rappresentano un problema di salute per fare in modo di offrire loro un aiuto che sia maggiormente efficace rispetto a quanto potrebbero fare se fossero lasciati da soli, sopraffatti dalle difficoltà anche di tipo burocratico e in preda all’impotenza tipica di chi intuisce di dovere affrontare un percorso irto di difficoltà. 

Detta così è una bella cosa, anche se il lettore può trovare le stesse difficoltà di chi scrive a rappresentare un tema che sembra più da aula accademica che da corsia di ospedale.

E la difficoltà aumenta con l’assunto che l’empowerment è anche definito come un processo che può consentire agli individui di raggiungere il controllo della propria vita.

A questo punto l’attento lettore di queste pagine, laddove non preso dallo sconforto, potrà forse pensare “ma questa dove vuole andare a parare?”. 

Nella accezione originaria data dagli Autori made in USA nel 2012 sulla prestigiosa rivista scientifica JAMA nell’articolo “Patient self management of chronic disease in primary care”  l’empowerment definiva il nuovo fenomeno, allora nuovo, caratterizzato dallo spostamento di “potere” tra i diversi soggetti protagonisti, dalla autogestione della salute per il miglioramento della stessa, dalla approfondita conoscenza dei propri diritti, dalla adeguata informazione sui trattamenti proposti e sulle possibili alternative, dal confronto sulla seconda opinione, dalla consapevolezza delle scelte in virtù di complete informazioni su obiettivi, benefici attesi, effetti collaterali, complicanze, esiti delle terapie proposte per giungere finalmente alla libertà del paziente di autodeterminarsi con riferimento alle scelte riguardanti la propria salute. 

Tutti temi affrontati e che peraltro aprono dibattiti lunghi, confronti accademici e congressuali interessanti e accesi, ma che finiscono poi per scontrarsi con la realtà di una categoria, quella medica, stretta sempre più tra un contratto assente da dieci anni, le quotidiane aggressioni a carico degli operatori, le accuse di malasanità che sempre più spesso finiscono nel nulla, dopo avere tuttavia peggiorato l’approccio del professionista al malato inducendolo anche a scelte difensive con ricadute negative sui conti globali della sanità, la peggiorata qualità di vita professionale con aumento dei carichi di lavoro e carenze diffuse di personale.

Quindi se il lettore avrà avuto la pazienza e la bontà di resistere fino a questo punto si accorgerà che traslare da oltreoceano tematiche di per sé interessanti non equivale a poterle concretamente mettere in pratica, rimanendo le stesse molto spesso un facile slogan. Oppure, nella migliore delle ipotesi, un postulato di buone intenzioni e basta.

Ecco spiegato il disincanto con cui ho approcciato al tema dell’empowerment, che a taluno può sembrare la nuova frontiera della partecipazione attiva. 

“E infine uscimmo a riveder le stelle” (Inferno, XXXIV, 139).

@vanessaseffer