Quel libro di Mughini su cui sputazzarono gli intellò d’Italì

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Quel libro di Mughini su cui sputazzarono gli
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fonte: Dagospia

Dagospia, che fra rubriche “cafonal” acchiappalettori, titoli arguti e nazionalpop e immagini fresche fresche di maye desnude, infila spesso anche argomenti di cultura elevata (non sto scherzando), mi ha ancora una volta stupito. Leggo sulle sue pagine un articolo ripreso dal Corrierone e firmato da Ernesto Galli della Loggia in cui il notissimo politologo ci illumina su quel libro dell’eccelso Giampiero Mughini, scrittore e bibliofolle, pubblicato 28 anni fa da Marsilio e ora ri-pubblicato: A via della Mercede c’era un razzista (Marsilio, 1991; Marsilio collana Specchi, 2019).

Il razzista del titolo altri non è che Telesio Interlandi, quel siciliano normanno “fascista senza mezze misure” che piacque tanto a Mussolini al punto da affidargli la direzione di un nuovo quotidiano, Il Tevere, foglio di polemiche culturali contro i “bigi” e i “tiepidi” contrapposti all’ala “rivoluzionaria” del fascismo e che poi divenne fondatore e direttore della rivista La Difesa della razza, voluta espressamente da Mussolini, dal 1938 al 1943 espressione in Italia del più violento antisemitismo.

Non ci soffermiamo qui sul turpe antisemitismo della rivista, fatto acclarato e che lo tesso Galli della Loggia non esita a imputare a Telesio Interlandi (“Offendere e insozzare l’immagine di un essere umano, additarlo al pubblico disprezzo, invocare nei suoi confronti l’isolamento sociale e la privazione di diritti, violentare con la calunnia la sua vicenda storica e culturale, significa compiere un’ opera malvagia”)

Noi qui vogliamo soffermarci sul libro, su quel libro di Giampiero Mughini. Quando uscì, ormai 28 anni fa, non fu accolto dai boatos della critica letteraria, anzi. Il perché ce lo spiega Galli della Loggia Stesso: “[la critica] vi vide a ragione la smentita di alcuni luoghi comuni dell’ antifascismo d’ annata duro a morire: ad esempio che non ci fosse stata una cultura fascista”.

Roma, infatti, era immersa allora nell’atmosfera creata dal nuovo regime al potere, con giovani d’ ingegno che operavano magari nei caffè e nelle pensioni diventati fucina di sperimentalismi e iniziative culturali, con studi di pittori, gallerie, “cantine” teatrali e sedi di giornali e riviste: un cosmo culturale animatissimo, aperto e anticonformista.

Insomma, il fascismo lasciò un’impronta indelebile e importantissima nella cultura italiana e per accorgersene bastava visitare la splendida mostra curata lo scorso anno da Germano Celant alla Fondazione Prada.

Certo, scrive Galli della Loggia, “dell’intreccio strettissimo tra la cultura italiana, specie quella della generazione più giovane, e il fascismo ce ne sono stati in seguito parecchi altri (ma in seguito appunto). Pochi però lo hanno fatto con eguali ricchezza di testimonianze, varietà di rimandi e felicità narrativa, con una simile straordinaria abbondanza di episodi, di storie, di aneddoti e con un’analisi così informata e interessante dei circuiti e dei rapporti stabilitisi tra uomini e fatti di quel tempo”.

Un libro, questo A via della Mercede c’era un razzista, scritto da uno che di libri s’intende, essendo uno strepitoso collezionista di libri, immagini e memorie della ventura artistica e culturale del Novecento italiano.

Allora venne accolto evidentemente con silenzio: chissà ce questa nuova edizione non sortisca, 28 anni dopo, un’accoglienza meno tiepida.  

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1 commento

  1. mughini scrive libri? ah ah ah! e chi li compra? ah ah ah! mughini è un “travestito” territoriale, si da aria di sabauda piemontese e nella realtà è un povero catanese!

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