Eccelsa prova d’attore di Simone Cristicchi al Manzoni di Milano

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“Manuale di volo per uomo”: il Raffaello di Simone Cristicchi che ci insegna a volare

Chi conosce il percorso umano ed artistico di Simone Cristicchi sa che è sempre stato molto sensibile a tematiche legate agli “ultimi”, agli emarginati, a coloro che sono, per qualche motivo, discriminati dalla società.

Il cantautore romano aveva già lasciato senza fiato, nel 2007, il pubblico sanremese (e non) con il brano “Ti regalerò una rosa”, per quella delicatezza di raccontare l’amore e i momenti belli della vita nonostante la malattia, i momenti bui, il dolore. Una canzone che diventava una lettera spedita alla nostra società, colpevole di una paura ingiustificabile, colpevole di aver dimenticato la ricchezza che si può trovare dall’altra parte di quel cancello.

“Manuale di volo per uomo” si inserisce in questo lungo percorso e alla luce di questo va interpretato.

Una grandissima prova d’attore quella che Simone Cristicchi ha portato in scena al Teatro Manzoni di Milano con il suo nuovo lavoro: scritto con Gabriele Ortenzi, con la collaborazione di Nicola Brunialti e la regia di Antonio Calenda, è il primo spettacolo completamente in prosa, dopo il teatro-canzone di “Centro d’igiene mentale” o quello civile-musicale di “Magazzino 18”.

Una favola moderna, ricca di emozioni, in cui si mescolano la cruda realtà e i sogni di Raffaello, un quarantenne capace di stupirsi come un bambino grazie ad un dono speciale: quello di mettere a fuoco i particolari e, da questi, far nascere la poesia, la bellezza, l’arte. Qualunque cosa guardino i suoi occhi, dal fiore cresciuto sull’asfalto che mima le difficoltà della vita, ai grandi palazzi di periferia che sembrano annullare ogni dialogo umano, tutto è affascinante e meraviglioso.

Il racconto si svolge all’interno di una stanza bianca, fatta di un letto in ferro, di un comodino e di una sedia, uno spazio mentale in cui Raffaello, davanti al corpo esanime di una mamma che non ha mai visto e che in realtà non c’è, e per questo simbolicamente coperta da un lenzuolo, ripercorre trascorsi fatti di ferite, ma anche di incontri con persone che lo aiuteranno a riprendere in mano la sua vita.

E’ così che le parole pronunciate dal protagonista nel suo lungo monologo, interrotto solo da qualche mugugno della madre, diventano immagini: come suor Matilde, una suora baffuta conosciuta all’istituto per orfani, brava ad indicargli le leggi della natura; come zia Margherita, una maestra che gli darà delle nozioni sulle piante; come Vincenzo, un meccanico romantico; come Angelo, un umile padrone di ferramenta che cataloga tutto alla perfezione; come Yelena, il suo grande amore scomparso troppo presto e al quale è ancora terribilmente legato.

Ognuno di loro ha fortificato Raffaello donandogli qualcosa; grazie a loro, scopre che non è “solo come i soli”: immagina, quindi, un compleanno dove gli amici, riuniti insieme, riempiono la sua vita, fantasticando addirittura di vedere suo padre; sogna, insieme a loro, di fare un viaggio in macchina, andando alla scoperta della libertà.

Ma ciò che più importa è che, grazie a loro, nonostante i dolori e gli ostacoli, Raffaello sperimenterà l’arte di volare, di prendere metaforicamente il volo vivendo a pieno la vita. Solo così potrà entrare in simbiosi con quella madre alla quale aveva inizialmente urlato la disperazione del suo dolore; quella stessa madre che potrà finalmente assolvere, in quanto colpevole di averlo abbandonato in un orfanatrofio e costretta a prostituirsi per potergli garantire qualche vestito pulito e un paio di scarpe nuove al mese.  Solo così il suo amore riuscirà ad andare oltre la morte.

È un lavoro crudo ma tenero, che nasce dalla voglia dell’artista di raccontare un proprio percorso di vita, il riscatto dopo una esperienza di vita drammatica, e proprio per questo, in parte, Raffaello rappresenta l’alter-ego dello stesso Cristicchi.

Chi ha già visto Cristicchi a teatro può rimanere deluso da uno spettacolo come questo: non c’è una scenografia accattivante, né una componente musicale rilevante.

Lui, solo sul palco ad interpretare un personaggio dall’inizio alla fine, parla in un monologo dal testo toccante, profondo, commovente, struggente, riuscendo a trattare il delicato tema della malattia mentale con la giusta serietà, senza però far mancare ironia e leggerezza, aiutandosi in questo con il dialetto romanesco.

A fare da contorno alla semplice scenografia, solo l’eco della voce di Raffaello bambino.

Tutto è rigorosamente bianco, come il colore preferito da Raffello. In effetti, Raffaello ha il nome di un pittore e vive su una tavolozza bianca, su cui riesce, però, pian piano, a dare qualche colore. Ma è un processo lento, preparato visivamente dal bianco della tuta da imbianchino che, ad ogni ritorno in scena, si sporca di azzurro e poi di blu, fino a trasformarsi quasi in un cielo. Un cielo come quello che invaderà, a fine spettacolo, il bianco asettico della stanza, trasformandola in quadro di Chagall, quale meta finale del volo che attraversa tutto lo spettacolo.

Alla fine dello spettacolo l’autore ha offerto una anteprima del suo lavoro documentaristico, “HAPPY-NEXT-Alla ricerca della felicità”, un progetto di ricerca sul tema della felicità che ha coinvolto poeti, artisti, sacerdoti, suore di clausura, sportivi, filosofi, imprenditori, medici, immigrati, uniti da un unico obiettivo: costruire tutti insieme un “manuale” che insegni nuove prospettive di volo. A concludere, l’interpretazione in versione acustica del brano sanremese “Abbi cura di me”, la cui scrittura è nata proprio da questo straordinario lavoro.

Si esce dalla sala con la convinzione di aver ricevuto molto di più di quello che si è dato.

Ciò che rimane è l’artista: Cristicchi ha saputo parlare al cuore, emozionare e raccontare con delicatezza, attraverso la storia di un uomo, un dramma universale. Alla fine, viene quasi da chiedersi chi siano davvero i matti, se quelli che provano a volare o quelli che sanno a priori di non riuscirci.

Simone Cristicchi non è solo un poeta, ma un’anima veramente bella.

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