Aggressioni agli operatori sanitari: politica assente e vuoto normativo

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Aggressioni agli operatori sanitari: politica assente e vuoto normativo
CC0 License Fonte pixabay

Appare inarrestabile l’aumento esponenziale degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari, in particolare quelli la cui attività lavorativa si svolge nell’ambito dei servizi di Pronto Soccorso.

Svolgendo attività sanitaria nei confronti di soggetti in condizioni di urgenza differibile, indifferibile e in condizioni di emergenza, i servizi di Pronto Soccorso sono quelli a maggior rischio di impatto con le aspettative ed i carichi emozionali dei pazienti e dei loro congiunti. Dalle ingiurie verbali alle percosse, dai tentativi di strangolamento ai colpi di cacciavite e di coltello, dalle spedizioni punitive anche di gruppo, come quello di pochi giorni fa definito vero e proprio assalto dal bollettino dell’Ansa agli stupri è molto ricco e variegato il catalogo delle modalità e degli strumenti di offesa.

Secondo la Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), ogni anno sono 3000 le aggressioni che si verificano in Italia contro i medici e il personale sanitario, prevalentemente infermieri. Gli episodi denunciati all’Inail sono in numero superiore ai 1.200 casi annui.

Tutto lascia ipotizzare che il trend non cesserà di crescere e in termini borsistici siamo nella fase rialzista definita bullish.

Per quanto riguarda le sanzioni penali, sicuramente qualcosa si muove grazie alla vigile attenzione della Magistratura sul fenomeno. Non a caso con sentenza n. 29386 depositata il 26 giugno 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la pena a sette anni di reclusione per sequestro di persona e rapina ai danni di due dottoresse della guardia medica.

Ma esiste una carenza normativa, in quanto lo stesso D.Lgs 81/2008 Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro non prevede in maniera esplicita i termini “aggressione e violenza” a danno degli operatori sanitari.

Lo stesso Documento di Valutazione del Rischio (DVR), obbligatorio in ogni azienda sanitaria, è un documento che andrebbe aggiornato per renderlo adeguato ai tempi e ad una realtà del mondo del lavoro che ormai presenta aspetti sempre più preoccupanti fino a configurarsi come una vera e propria emergenza sociale.

Peraltro se le aggressioni riguardano il personale va altresì precisato, in ossequio alla sentenza n. 14566 del giugno 2017 della Sezione lavoro della Cassazione, che l’Azienda è responsabile dell’aggressione subita dagli operatori se non dimostra di avere adottato nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro ovvero anche le altre misure richieste in concreto «dalla specificità dei rischi connessi tanto all’impiego di attrezzi e macchinari, quanto all’ambiente di lavoro».

Il fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari non è recente e non è limitato al nostro Paese. Digitando le parole “aggression to doctors” sul motore di ricerca della US National Library of Medicine del National Institute of Health di Bethesda appaiono 739 articoli alla data del 4 gennaio 2019.

Nella analisi retrospettiva “Aggression and Violence Directed Toward Physicians” pubblicata nel 1998 su J Gen Intern Med viene evidenziato come negli USA, nel periodo dal 1980 al 1989 sono stati ben 22 i medici uccisi mentre erano al proprio posto di lavoro.

Il fenomeno delle aggressioni, a livello europeo, non sembra risparmiare neanche i General Practitioner, l’equivalente in pratica dei nostri Medici di Medicina Generale. E’ del settembre 2018 l’articolo “Aggression towards the GP: can we profile the GP-victim? A cross-section survey among GPs” che ha indagato in Belgio questa realtà. I risultati dello studio, condotto tramite una survey online, hanno evidenziato come 247 medici hanno subito almeno intimidazioni verbali, ed in particolare come le donne medico sono state frequentemente oggetto di molestie sessuali.

Una panoramica ancor più chiara e definita del fenomeno ci arriva dallo studio osservazionale, condotto nella penisola iberica, denominato “National report on aggressions to physicians in Spain 2010-2015: violence in the workplace-ecological study” che ha analizzato il periodo 2010-2015 . Le aggressioni sono state in totale 2419 con una lieve prevalenza a danno dei medici maschi nel 51% dei casi, un terzo dei quali con una età anagrafica compresa tra i 46 ed i 55 anni.

L’incidenza ha avuto una tendenza a decrescere passando da 20 aggressioni ogni 10000 medici nel 2010 a 15 aggressioni ogni 10000 medici nel 2015.

Tuttavia la scarsa tendenza a denunciare le aggressioni rende ingannevole il dato ed il calo non può essere attribuito ad una maggiore presa di coscienza da parte dei cittadini oppure a campagne informative volte a tutelare l’incolumità degli operatori sanitari evidenziandone la professionalità, il decoro e la loro indubbia utilità sociale per la collettività.

Se Sparta piange, Atene non ride. E oltremodo non ci sarebbe proprio nulla da ridere ma molto da ridire sul silenzio della politica e sulla incapacità, da parte del legislatore, di ridefinire la normativa con la piena garanzia della certezza della pena in questi casi. Poi, se definire o meno l’operatore sanitario “pubblico ufficiale” è questione giuridica troppo sofisticata per la povera cronista alla quale resta sicuramente una speranza: non dover mai scrivere di un medico o di un infermiere caduti nell’adempimento del proprio dovere a causa di una mano criminale.

@vanessaseffer