“Verdi Fantasias”, fantasie per violino e pianoforte e…pittura

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After Robert Sterl [Public domain] - Arthur Nikisch (1855-1922) Conducting a Concert at the Gewandhaus in Leipzig, circa 1910, Bibliothèque des Arts décoratifs - ph The Bridgeman Art Library, Object 181059

La missione della casa discografica Concerto Classics – etichetta che ha l’indubbio merito di sondare spesso i meandri della musica italiana – di «coniugare il grande repertorio classico con la storia delle arti visive» si può dire ulteriormente realizzata (l’anno scorso era uscito The sound of Picasso, cd della mostra milanese Picasso. Metamorfosi ) con la pubblicazione di Verdi Fantasias, cd ufficiale di corredo della mostra Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini allestita al Museo San Domenico di Forlì fino al prossimo 16 giugno.

Nel disco del pregiato cofanetto, che si avvale di un booklet di ben 72 pagine curate da Alessandro Turba e Alberto Cantù, sono contenute le fantasie per violino e pianoforte su temi verdiani composte da due grandi autori italiani – benché relegati nell’immeritato cassetto dei “minori” – quali Antonio Bazzini, violinista amato da Schumann e Mendelssohn e Camillo Sivori, allievo di Paganini.

A interpretare le fantasie da La Traviata e I Masnadieri (Bazzini) e da Il Trovatore e Un ballo in maschera (Sivori) sono Bruno Canino al pianoforte e Alessio Bidoli al violino.

L’interpretazione del duo Canino-Bidoli, il cui ascolto lascia trasparire un’importante consolidata sintonia e una rodata frequentazione delle pagine incise, ben asseconda le caratteristiche intrinseche alle fantasie dei due compositori: se quelle di Bazzini risultano fantasie nitidamente più aderenti alle atmosfere verdiane con i temi sempre distinguibili e con alle spalle un accurato lavoro di cesello da compositore con la C maiuscola, quelle di Sivori, quasi a contraltare, lasciano invece emergere maggiormente la vocazione del violinista, dello strumentista di rango, con una maggiore libertà virtuosistica, requisito obbligato, se vogliamo, da colui che Paganini licenziò come l’unico che potesse dirsi suo allievo.