“La cura della vergogna”, scrittura in terapia intensiva

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Pixabay License ph GiselaFotografie
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Marilù S. Manzini è arrivata alla sua quinta fatica letteraria. Si tratta de La Cura della Vergogna, un romanzo – che si profila anche come saggio psicologico – pubblicato da Bietti a fine 2018.

In queste centosessantasette pagine fa da protagonista il rapporto che si viene a creare tra un nonno e suo nipote, quest’ultimo ingabbiato all’interno di paure e angosce causate da un legame sfortunato con il padre e quindi da una visione negativa della vita. Il nonno è novantenne e psichiatra ed è anche in virtù di questo che riesce a “curare” le insicurezze del giovane, facendolo attraverso comprensione, dialogo e anche ironia.

Il cuore in gola. Un sussulto sordo. Leggo i punti sul foglio, gli esercizi, la cura. È un pazzo. Un vecchio pazzo. La mia vita va benissimo. Cioè, non proprio, diciamo che va. Va come tutte le altre vite. Forse. Diciamo che ho qualche problema di relazione. Diciamo che ho qualche problema con la timidezza. Diciamo che ho più di un problema. Ma chi non ne ha.

Sono le prime frasi dell’incipit del romanzo, sviluppato in prima persona, come se il protagonista fosse un paziente che racconta la sua storia, ricordando gli aneddoti felici e dolorosi della sua vita, ricercando un rifugio dai suoi tormenti. La scrittura della Manzini è potente e squisitamente femminile. Si tratta di veri e propri flussi di coscienza delineati da periodi brevi e una punteggiatura forte, che offre dei tempi serrati e ben congegnati, stile che nel complesso si adatta molto bene a un testo in cui emerge la spontanea narrazione di un duro vissuto, che attraverso questo stream of consciousness risulta ancora più pungente sotto il profilo emotivo.

Il racconto del nipote prende in questione le lettere scritte al nonno, poi ricordi, riflessioni, speculazioni filosofiche in grado di aprire nuove prospettive per cercare di trovare sollievo in un’esistenza che non offre soltanto cose piacevoli. La Cura della Vergogna è insomma  un inno verso quei valori oggi fin troppo dimenticati, visto che i punti di riferimento non si ritrovano ormai soltanto nel nucleo familiare. In questo caso è proprio il dialogo tra le generazioni a diventare indispensabile e salvifico, quel dialogo tra un trentenne e un novantenne, che può così ridefinire lo stesso rapporto con la vita, portando il protagonista ad avere una visione più ottimistica e positiva, lasciando da parte quelle ombre portatrici di tristezza, ma anche indispensabili per penetrare nella profondità e nella piena comprensione dell’esistenza.