Luciano Ventrone, dall’astrattismo all’astrazione

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Luciano Ventrone, Monocromo 60x80 cm, Fondazione Stelline

Lo chiamano “il Caravaggio del ventesimo secolo”, “lo scienziato della pittura”.

Di lui hanno scritto i più grandi, da Federico Zeri a Giorgio Soavi, passando per ABO, Sgarbi e Antonello Trombadori.

Francesco Bonami disse: «è bravissimo ma fa pornografia artistica» e Sgarbi replicò: «no, lo scandalo è trovarsi davanti a uno che sa dipingere».

Lui è Luciano Ventrone, classe 1942 e lo vedremo, dal 31 gennaio all’8 marzo, alla Fondazione Stelline di Milano in una retrospettiva di circa 30 opere, intitolata Il limite del vero. Dall’astrattismo all’astrazione, a cura di Angelo Crespi, secondo un percorso che va dai primi anni 60, con la raffigurazione delle cellule ingrandite al microscopio, attraverso le nature morte degli anni 90, quando si consolida quello “streben” a sperimentare “il limite del vero” fino al “realismo astratto ventroniano”, oggi celebrato (e criticato, ci mancherebbe), perché la sua pittura non lascia indifferenti, scuote il cuore ma anche la mente, è divisiva e mette in moto il cervello di tutti, esperti e/o amatori: come spiega Angelo Crespi, “da qui nasce lo stupore, di una pittura che non inganna l’occhio, bensì la mente e ci costringe a un corto circuito per ridare senso a ciò che nella realtà non esiste“.