Nicola Verlato e la “Giuditta” del Nuovo Millennio

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Nicola Verlato, Judith. Olio su tela, 110x170 cm, 2018

È una Giuditta del nuovo millennio ad assicurare al pittore veronese Nicola Verlato la vittoria alla quinta edizione del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale. La celebre scena biblica, di cui Caravaggio ci ha probabilmente lasciato la testimonianza pittorica più emblematica, è un topos cui la tradizione artistica occidentale non cessa di abbeverarsi. Verlato si disseta alla fonte veterotestamentaria contestualizzandola nella modernità contemporanea: ne nasce Judith (olio su tela, 110×70 cm, 2018), un’opera chiaroscurale, in cui l’equilibrio stilistico e la limpidezza compositiva entrano in contrasto con l’immagine allucinata e spietata – di una crudeltà fredda e cinica – che domina la scena. D’altronde, è spesso nella contraddizione – così insegnano filosofia, estetica e, non da ultimo, l’esperienza  vissuta – che alberga il frutto più maturo e fecondo. Non è un caso che l’ideatore del Premio, Camillo Langone, individui lungo il crinale sdrucciolevole e conflittuale della questione di genere la chiave ermeneutica par excellence mediante cui leggere l’opera, assurta a «quadro di questi anni contrassegnati dalla criminalizzazione del maschio».

Il Premio Eccellenti Pittori – Brazzale, premio italiano d’arte dedicato esclusivamente alla pittura e animato dalla passione per la bellezza quale primario motore della ricerca estetica, entra così a gamba tesa nel dibattito culturale contemporaneo, con un affresco del Me Too quale religione postmoderna dalla silhouette vampiresca, assetata di sangue (maschile).

Sbagliato sarebbe, tuttavia, ridurre l’opera di Verlato alla pura polemica contingente. Judith, infatti, al di là della parossistica tenzone, è un esercizio di tecnica e stile pittorico che richiama alla centralità della prassi artistica concreta e alla potenza espressiva che un’arte figurativa raffinata e smaliziata può tutt’oggi mettere in campo. Se l’arte coinvolge percezione sensibile e corporeità – e chi lo nega, meglio che si balocchi con iperuranici concetti – il plastico intreccio dei corpi di Giuditta e Oloferne, con la sua velata allusione a Eros e Thanatos, ha ancora molto da dire. Dalla versione biblica dei Settanta ai millennials digitali.