Lucrezia Lante della Rovere: “A 50 anni si può ancora scoprire l’amore”

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Lucrezia Lante della Rovere


Lucrezia Lante della Rovere si confessa a OFF, in scena
dal 10 al 27 gennaio 2019 al Teatro Manzoni di Milano con Il padre, un poetico ed emozionante testo di Florian Zeller, interpretato da Lucrezia Lante della Rovere ed Alessandro Haber, e con Paolo Giovannucci, Daniela Scarlatti, Ilaria Genatiempo e Riccardo Floris, diretti da Piero Maccarinelli.

Lo spettacolo affronta un tema molto delicato. La parola Alzheimer risulta un tabù, fa spesso paura. Voi siete riusciti a fare più di 200 repliche, una scommessa ben riuscita…
È stato un successo nonostante le premesse. Questo grazie soprattutto alla grandezza dell’autore e del regista che sono riusciti, con intelligenza, a trasformare un momento tragico della vita in qualcosa di cui si possa comunque sorridere, ottenendo un risultato toccante ma mai patetico. Lo spettatore è spiazzato, si trova in uno stato di smarrimento che è in realtà quello del protagonista e quello della malattia. Ha l’impressione di essere in un giallo e dovrà raccogliere tutti i pezzi del puzzle per comporre la figura.

È stato difficile interpretare questo ruolo?
Quando una pièce teatrale è scritta così bene la recitazione risulta facile e naturale. Nella mia interpretazione poi ha giocato anche molto la consapevolezza che ad un certo punto della nostra vita smettiamo inevitabilmente di essere figli e diventiamo genitori dei nostri genitori. Questo è un momento delicato della vita che va protetto e accudito con dolcezza. 

Con quale attore/attrice ti piacerebbe lavorare?
Questa è una domanda difficile, ce ne sono tanti. Un attore che io amo e stimo particolarmente è Elio Germano, anche se non lo ho mai conosciuto di persona. Ritengo che abbia una sensibilità unica che gli permette, anche quando un film è “meno riuscito”, di andare oltre il suo ruolo. 

Vivi nella Capitale. Due tue colleghe, Angela Finocchiaro e Maria Amelia Monti, hanno fatto un video che è diventato virale sullo stato di degrado di Roma. È realmente come viene descritta?
Sì, Roma è un disastro, è cinica, maleducata… è una città lenta che non funziona. Ritengo che sia la città più bella d’Italia in assoluto e la vivo da privilegiata, ma sono a Milano da una settimana e sembro una ragazzina alla prima cotta. Milano non è solo una città che lavora: è dinamica, pulita, vivace… ho trovato persone aperte allo scambio, alla chiacchiera semplice, dal tassista allo studente al bar, tutti sorridenti.  

Lucrezia Lante della Rovere: "A 50 anni si può ancora scoprire l'amore"
ph. Fabio Lovino

Luca Barbareschi, con cui hai avuto una relazione e con cui hai lavorato più volte, auspica ad un ritorno di Roma come capitale della cultura. Quali sono gli ostacoli a questa realizzazione?
Luca sta facendo un ottimo lavoro come direttore artistico del Teatro Eliseo e sta cercando di apportare grandi e piccoli cambiamenti spesso ostacolati senza motivo. Ad esempio è stato più volte criticato per la volontà di anticipare gli spettacoli teatrali alle 20:00 ma io sono d’accordo con lui: è dai piccoli cambiamenti che si ottengono quelli grandi, non il contrario.

I cinquanta sono i nuovi quaranta. Cosa ne pensi? Sei una donna assetata di vita.
Rispetto alle nostre nonne sono assolutamente d’accordo. Non faccio il paragone con mia madre Marina, lei non fa testo… a 50 anni era ancora una ragazzina. Sono mamma, sono nonna, ma faccio un lavoro che mi permette di permette di rapportarmi spesso con persone più giovani e non ho problemi a confrontarmi con le nuove generazioni. Questo è il segreto della mia giovinezza anche se ammetto che per una donna i 50 anni sono più complicati che per un uomo, noi invecchiamo prima. Tuttavia non posso che criticare le dichiarazioni di Yann Moix: a 50 anni si può ancora scoprire l’amore.  

Oggi le donne sentono il bisogno di affidarsi alla chirurgia plastica, negando così ai difetti di diventare eccezioni. Perché secondo te?
Perché credo che non ci sia più la volontà di essere eccezionali c’è una rincorsa all’omologazione. Per un attore qualsiasi difetto diventa una caratteristica… io credo che si debba imparare a cavalcare l’onda delle proprie “storture”.

Come ti immagini tra vent’anni?
Mentre a venti o trent’anni immaginare come sarei stata dopo dieci anni mi sembrava impossibile, ora che ne ho poco più di cinquanta non credo che ci possano essere grandi cambiamenti, anche perché il cambiamento diventa più lento. Dopo i cinquanta si diventa conservatori anche nell’immaginazione del proprio futuro.

Qual è il tuo primo pensiero la mattina e l’ultimo della sera?
La mattina sono una persona ottimista, molto dinamica e vitale: se mi sveglio che c’è il sole ho voglia di uscire, di andare il giro con il mio cane… però non sono una mattiniera: se vado a letto tardi mi alzo tardi senza problemi. All’imbrunire invece divento inevitabilmente più malinconica, penso dipenda dal fatto che sono un po’ spaventata dal concetto di fine. Ma mi è sufficiente bere un bel bicchiere di vino perché passi tutto!

Raccontaci un episodio off della tua carriera.
A 19 anni ho avuto la fortuna di lavorare con il grande Mario Monicelli nel film Speriamo che sia femmina ero timida e arrossivo in continuazione. Data la mia riservatezza il Maestro cercava di provocarmi, ricordo di un pranzo in campagna con Catherine Deneuve, Liv Ullmann e Bernard Blier, durante il quale mi chiese più volte quali piatti ci fossero nel menù. Alla nona richiesta mi feci coraggio e dissi: “Mario ma io che ne so! Ma chiedilo al cameriere!” e lui mi disse: “Finalmente!”. Era il suo modo affettuoso di far uscire il mio carattere.