SanteVisioni: i Mostri di Bomarzo “sol per sfogar il core”

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CC0 Creative Commons ph alecale35
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Voi che pel mondo gite errando, vaghi/di vedere meraviglie alte e stupende/venite qua, dove son facce orrende/elefanti, leoni, orsi, orchi et draghi

Sono sempre stata attratta da luoghi con storie particolari, da oggetti e racconti strani. “Hai il gusto del macabro”, mi dicono spesso. “È improbabile ma plausibile”, rispondo.

Il mistero è come un ossimoro. Fa paura ma attrae. Chi mi conosce sa che, un po’ per lavoro e un po’ per diletto, mi addentro spesso verso l’incomprensibile che oltrepassa il raziocinio umano. Eppure sono paurosa.

L’iscrizione sopra citata è una delle tante che si leggono in un bosco molto particolare a Bomarzo, vicino Viterbo. Il Sacro Bosco. Io ci sono andata.

Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo e uomo di grande intelletto, commissiona il giardino all’architetto e antiquario Pirro Ligorio nel 1552. È il Rinascimento e proprio in questo periodo nascono, tra tante altre cose dopo secoli di oscurantismo, lo stile “grottesco” e il giardino italiano.

Alla fine del XV secolo un giovanotto romano precipita in una voragine sulle pendici dell’Oppio, ritrovandosi in una specie di grotta ricoperta di dipinti strani e sorprendenti. Vengono definiti “grottesche” –da grotta, appunto-. Era la Domus Aurea, la villa di Nerone, sepolta -per dimenticarlo- dopo la sua morte.

Le grottesche sono davvero dei dipinti strani e curiosi, tanto da definire “grottesco”, soprattutto nella critica d’arte, tutto ciò che sembra ridicolo, bizzarro, ridente, e anche un po’pauroso.

Contestualmente nasce, prima a Roma e a Firenze, il giardino italiano –rinascimentale. Alberi e piante sono potati secondo forme geometriche e architettoniche –tipo labirinti e tunnel- con l’ars topiaria e vengono collocati, insieme a questi complessi vegetali, anfiteatri, statue, colonnati e fontane. Il giardino diventa una scenografia spettacolare, con elementi vegetali e elementi decorativi in perfetta armonia. Con l’umanesimo e successivamente con il Rinascimento l’uomo è al centro dell’Universo e dunque ha il controllo su tutto ciò che lo circonda. Anche sulla Natura – che prima ancora di Dio lo prevaricava per mezzo degli Dei.

Credo di non sbagliare a definire il Sacro Bosco un giardino italiano rinascimentale in stile grottesco. È unico nel suo genere, a parte qualche elemento simile in giardini dello stesso periodo. È un vasto insieme di enormi sculture che raffigurano oggetti, esseri e architetture tra emblemi, simbolismi e iscrizione. Ci sono molti riferimenti letterari, tra i quali Il Canzoniere del Petrarca, l’Orlando Furioso dell’Ariosto ed i poemi Amadigi e Floridante del Tasso.

Ma perché Vicino Orsini ha fatto realizzare questo giardino così strano ed enigmatico? Una possibile soluzione potrebbe essere l’iscrizione trovata su un pilastro: Sol per sfogare il core. Forse.

Potrebbe trattarsi di un itinerario iniziatico: il visitatore deve superare, secondo una precisa successione di lettura –ad oggi sconosciuta-, prove terribili e tentazioni fino a raggiungere il tempio, nel punto più alto, per ritrovare la serenità e la pace e quindi il compimento del suo viaggio.

Ho seguito l’ordine indicato nella piantina tra orchi, sirene, facce orrende, animali giganti, draghi e mura pendenti; entrando nella casa inclinata si è verificato uno strano fenomeno. Ho avuto la sensazione di essere storta e di vedere il pavimento e le pareti dritti. Durante il tragitto ho avvertito un senso di vuoto che è diminuito, fino a scomparire, una volta salita nella radura del tempio. Suggestione? Forse.

Andate al Bosco Sacro con la mente libera. Ascoltate sinceramente e percepite il carisma di questo luogo.

Provate a capirne il mistero. E forse, una volta aperti alla comprensione, anche il vostro cor si sfoga e ogni pensiero vola.

Per me è stato così.

NOTE
Nel 1585, dopo la morte dell’ultimo principe Orsini, il parco fu abbandonato. La riscoperta si deve a importanti intellettuali ed artisti tra i quali Salvador Dalí, Goethe, Maurizio Calvesi, per citarne alcuni. Il ripristino si deve alla coppia Giancarlo e Tina Severi Bettini, nella seconda metà del Novecento. Tina Severi Bettini, moglie di Giovanni Bettini, ha avuto il merito di dare impulso ai restauri del Parco, acquistato negli anni Sessanta ed è deceduta nel 1987. Il figlio, Giancarlo Bettini, insieme ai fratelli e al padre, si è occupato di portare avanti l’attività di famiglia fino alla sua morte, avvenuta nel 1997. Ora il Parco è gestito dai nipoti.  Giovanni Bettini, distrutto dal dolore per la perdita sia della moglie che del figlio, ha apposto una targa commemorativa all’interno del Tempietto. Il Sacro Bosco è la mia santa Visione. La famiglia Bettini è la sacra visione del Sacro Bosco, che è vivo e pulsante.