L’abisso: quei segreti mai raccontati del terrorismo italiano

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Roma, via Mario Fani, 16 marzo 1978. L'agguato di via Fani: la Fiat 130 del politico Aldo Moro, bloccata dall'auto del brigatista Mario Moretti, tamponata dall'Alfa Romeo Alfetta della scorta di Moro. Fonte Via Fani, Roma, 16 marzo 1978, ore 9, su ilpost.it, 16 marzo 2018. Data 16 marzo 1978. Autore AP Photo. fotografia scattata in Italia-pubblico dominio
"L’abisso", il romanzo verità sugli anni di piombo
Roma, via Mario Fani, 16 marzo 1978. L’agguato di via Fani: la Fiat 130 del politico Aldo Moro, bloccata dall’auto del brigatista Mario Moretti, tamponata dall’Alfa Romeo Alfetta della scorta di Moro. Fonte Via Fani, Roma, 16 marzo 1978, ore 9, su ilpost.it, 16 marzo 2018. Data 16 marzo 1978. Autore AP Photo. fotografia scattata in Italia-pubblico dominio

E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te. Questa citazione da Friedrich Nietzsche dà il titolo a L’abisso (Castelvecchi, 2018, 174 pagine, euro 17,50), il romanzo verità di Manuel Fondato sulla lotta armata in Italia, il golpe De Lorenzo, il sequestro Moro, il ruolo delle Istituzioni italiane e dei players internazionali.

Un romanzo verità, perché la finzione letteraria che lo sostiene (Paolo, agente antiterrosimo alle dipendenze del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, scopre che la sua amatissima sorella è coinvolta fino al collo nelle azioni sovversive delle Bierre, compreso il sequestro di Aldo Moro) si staglia sullo sfondo della cosiddetta “strategia della tensione”, invero mai nominata, così come, a parte il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nessuno dei personaggi è chiamato col suo vero nome: Moro è, semplicemente, il Presidente della Democrazia Cristiana, il Ministro è l’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, i due terroristi arrestati a Pinerolo nel 1974 sono Renato Curcio e Alberto Franceschini e, chiaramente, il commando che uccide Moro insieme ai cinque uomini della scorta sono le Brigate Rosse – e non solo loro.

Manuel Fondato, giornalista e scrittore, già collaboratore della Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, è profondo conoscitore della materia, al punto da disseminare nella finzione della trama non pochi elementi narrativi fedeli alla realtà ma misconosciuti alla pubblica opinione (fatta eccezione ovviamente per gli specialisti), avvenimenti storici in parte tuttora avvolti dal mistero e qui riproposti in versione letteraria.

Su tutto, la realpolitik riassunta nel motto latino promoveatur ut amoveatur: l’Italia era (è?) un Paese che ha perso la Seconda Guerra Mondiale e, detto in soldoni, non può e non deve esercitare una politica sovrana in uno scenario internazionale contrassegnato dai due blocchi, Patto Nato e Patto di Varsavia.

Ecco allora le “strizzatine d’occhio” di Manuel Fondato, dove i nomi sono inventati ma i rispettivi ruoli sono reali: la fantomatica Scuola di Lingue “Hyperion” di Parigi, sede operativa dell’ala militare delle Bierre, lo “studente” russo di Aldo Moro (in realtà agente sotto copertura dell’URSS), i palestinesi che danno una mano ai brigatisti attraverso la fornitura di armi (Kalashnikov e Skorpion) di fabbricazione sovietica e cecoslovacca, il fantomatico lodo Moro (l’Italia viene risparmiata dagli attentati e in cambio chiude tutti e due gli occhi sulle attività palestinesi sul proprio territorio), il già citato Ministro dell’Interno, il golpe De Lorenzo, cioè il tentativo di colpo di Stato in funzione anticomunista.

"L’abisso", il romanzo verità sugli anni di piombo
fotografia scattata in Italia-pubblico dominio

E, naturalmente, l’assassinio di Aldo Moro, l’operazione bellica internazionale che riporta l’orologio indietro di qualche anno rispetto all’apertura del Presidente DC al Partito Comunista.

Su tutto, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’unico personaggio chiamato col suo vero nome, che chiude il romanzo in un’immagine-episodio estremamente significativa (la sua figura si dissolve in lontananza) nel dialogo finale tra Paolo e la sua compagna: «Che fai qui?»; «Salutavo il Generale»; «E perché sei rimasto fuori a fissare il vuoto?»; «Perché era l’ultima volta che ci vedevamo».

Sappiamo tutti com’è andata a finire.

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