Salviamo il Caffè Giubbe Rosse dalla globalizzazione di Firenze

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Baccio Maria Bacci (Firenze 1888 – 1974), Solaria alle Giubbe Rosse, 1930-1940, Olio su tela, Palazzo Pitti

Articolo pubblicato su AdHoc News

Baccio Maria Bacci (Firenze 1888 – 1974), Solaria alle Giubbe Rosse, 1930-1940, Olio su tela, Palazzo Pitti

Da quel lontano 1897, Firenze è cambiata radicalmente. Tutta, fuori e dentro le mura, in largo e in lungo, tranne quell’angolo di piazza, dove da 121 anni ha sempre avuto sede il Caffè Giubbe Rosse.

Da oggi, anche quell’angolo sarà differente, sicuramente più povero, perché la crisi delle saracinesche che si abbassano non ha risparmiato neppure quel locale in cui tutti i fiorentini, prima o poi, hanno sorseggiato un caffè.

Tutto ebbe inizio nel 1897, quando i fratelli Reininghaus, fabbricanti di birra tedeschi, decisero di aprire un locale nel cuore dell’appena risanata Piazza Vittorio Emanuele II. Stando ai canoni dell’ultima moda mitteleuropea, anche i camerieri del Caffè Reininghaus, come quelli dei più modaioli caffè viennesi, indossavano livree rosse e questo fu più che sufficiente affinché i fiorentini ribattezzassero quel caffè, dal nome così difficile da pronunciare, “le Giubbe Rosse”.

Piazza Vittorio Emanuele II era appena stata realizzata, al posto della vecchia Piazza del Mercato, al termine di lunghe ed accese discussioni, visto che i lavori comportarono la distruzione di numerosi edifici storici, tra i quali diverse torri, chiese, sedi delle arti e palazzi nobiliari. Dalle demolizioni si salvarono a malapena la loggia sotto la quale si svolgeva il mercato del pesce, realizzata da Giorgio Vasari, smontata e rimontata in Piazza dei Ciompi – dove si trova oggi, recentemente restaurata – e la Colonna dell’Abbondanza, ricollocata al centro dell’attuale Piazza della Repubblica – denominazione assunta dalla piazza dopo la fine della II Guerra Mondiale – nel 1956.

Ma in mezzo ai mille mutamenti di una città che, dopo essere stata capitale del mondo durante il Rinascimento e d’Italia nei primi anni del Regno, si apprestava a vivere i burrascosi anni delle due guerre e, successivamente, la grande tragedia cittadina dell’alluvione, il Caffè Giubbe Rosse era sempre rimasto al suo posto.

Una sorta di “presidio sovranista” potremmo definirlo, prendendo a prestito un’espressione tanto in voga nel linguaggio politico di oggi, in mezzo ad una piazza sempre più globalizzata. Una piazza che negli ultimi dieci anni ha accolto sotto ai portici del Micheli le icone mondiali del consumismo: dalla mela morsicata di Steve Jobs, all’Hard Rock Café, che qualche anno fa ha preso il posto di un altro pezzo di storia fiorentina, il Caffè Cinema Gambrinus.

Una definizione, quella di “presidio sovranista”, che probabilmente avrebbe scatenato un’accesa discussione – e forse anche fatto volare qualche scapaccione – negli anni di maggior fermento artistico e culturale delle Giubbe Rosse: quelli de La Voce e delle riviste fiorentine, che avevano scelto il caffè come proprio punto di ritrovo. Notizia questa, che seppur in epoca di assenza di internet e Facebook, deve essere rimbalzata fino a Milano, dato che Filippo Tommaso Marinetti si presentò un giorno, coi suoi seguaci futuristi, a chieder di conto di un articolo scritto da Ardengo Soffici su La Voce. I vociani fiorentini replicarono a modo loro e i tavolini delle Giubbe Rosse volarono da una parte all’altra della piazza.

“Non ci siamo riusciti. – scrivono oggi i titolari delle Giubbe Rosse in una lettera al quotidiano La Nazione e indirizzata a tutta la città – Abbiamo passato giornate a cercare di far quadrare i bilanci tutelando il nostro personale e il valore culturale, storico e simbolico che il nostro caffè rappresenta. Ma non siamo riusciti comunque a salvare le Giubbe Rosse. Ci auguriamo che possano farsi avanti imprenditori che riescano a coltivare il lascito culturale e a far tornare il locale allo splendore del ‘900. È un patrimonio che abbiamo cercato di difendere e non svendere“.

Loro hanno cercato di difendere e non svendere il loro patrimonio. Peccato che sia stato svenduto tutto ciò che gli stava attorno. Ma la vera domanda è: nella nuova Piazza della Repubblica globale, che assomiglia sempre più ad una piazza di Monaco di Baviera, di New York, di Londra o di Parigi, ci sarà ancora posto per un presidio di storia e di identità?