“Laboratorio della Vagina”: e l’orgasmo non è più una “pruderie”

0
434

Dai monologhi del ’96 sul tabù femminile per eccellenza, sdoganato da Eve Ensler sulla scena teatrale off di Broadway, al Laboratorio della Vagina: scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo, con un frammento tratto da Il rumore della notte, di Marco Palladini.

Sul palco dell’Off Off Theatre di Roma, fino al 28 dicembre, tra grottesco, comicità e note drammatiche sette donne in un percorso liberatorio dai luoghi comuni, dai pregiudizi e dalle inibizioni sul sesso e sulla sessualità. E sull’organo genitale femminile che nel tempo ha assunto diversi nomi, significati e appellativi.

A teatro le attrici-pazienti, grazie alla “dottoressa” Schiavo, intraprendono un viaggio collettivo in cui anche lo spettatore è idealmente coinvolto. Dalle sfumature ironiche e divertenti la mise en scène non dimentica la riflessione e la denuncia con un no secco alla violenza sulle donne, all’infibulazione e allo stupro, anche di massa come quello subito in Bosnia durante la pulizia etnica, ed un sì convinto sulla riscoperta della dignità femminile e del rispetto per combattere uno dei mostri più diffusi  della contemporaneità: l’indifferenza.

Un laboratorio terapeutico, dove l’orgasmo non è un qualcosa di cui vergognarsi ma tutto da godere e ridere. Sul palcoscenico off capitolino in una seduta di gruppo di cui Patrizia Schiavo è la direttrice d’orchestra, si alternano raccontando le proprie esperienze Teresa Arena, Anna Maria Bruni, Marianna Ferrazzano, Silvia Grassi, Carmen Matteucci, Sarah Nicolucci e altre quattro attrici dalla platea porteranno in scena ogni sera storie diverse che coinvolgono la “Grande Madre”: Lucia Bianchi e il suo “triangolo”, Serena Borelli con “il marito gay”, “la frigida” Donatella Cherry ed Elodie Serra  con il “sesso pubblico”.

Spiega nel backstage la regista: «La sfida è stata quella di un teatro di impegno civile, come in tutti i miei spettacoli, e che abbia la capacità di far ridere, anche se sul palco ci sono momenti difficili e duri perché amo la commistione di generi sin da quando ho iniziato a cimentarmi con la regia e con la scrittura. Considerando la dicotomia del reale e la società massmediale che ci porta a switchare con facilità dall’idiozia di un programma televisivo imbecille ai fatti di cronaca più drammatici. Ormai l’abitudine di passare dal serio al faceto, dal leggero al drammatico fa parte di noi. Il momento della violenza sciocca (vedevo un ragazza in prima fila piangere dopo tanti momenti divertenti) perché si va ad installare su un tappeto di idiozia e di banalità in un lavoro sul cliché e sul tabù. Se poi qualcuno riesce a saltare sulla sedia e a scandalizzarsi sento di aver colpito nel segno».

E lo spettacolo diventa una «farsa giocosa, dove la vagina è strumento dell’immaginario maschile e patriarcale, ma anche strumento di rivoluzione e di presa di coscienza della donna e del suo potere».