Claudia Erba, a proposito dei “poeti del prima mai”

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Carl Spitzweg [Public domain or Public domain], Der arme Poet, 1839, olio su tela, Neue Pinakothek
Carl Spitzweg [Public domain or Public domain], Der arme Poet, 1839, olio su tela, Neue Pinakothek

Claudia Erba nasce nel 1983 ad Alghero. La sua raccolta poetica d’esordio Adagio con brio. Trentanove poesie e una canzone (Catartica Edizioni, 2018, pp. 64, euro 13) è introdotta dal cantautore e poeta (anche collaboratore di Fabrizio e Cristiano De André) Oliviero Malaspina, che ne ha scritto la prefazione, che recita: «Parafrasando Adorno, è lei ad introdurre il caos linguistico nell’ordine prestabilito della poetica. Il suo linguaggio passa dal volutamente aulico, all’inserimento di termini dalla radice e dal parlato dialettale». Sì, perché Claudia Erba stupisce per la complessità della propria ricerca poetica che implica anche l’ossimoro perenne, nonché l’incontro-scontro di polarità contrapposte, come ci spiega in questa intervista, raccontandoci molto del proprio lavoro d’esordio, fino a svelarci il nome della cantautrice milanese che vorrebbe coinvolgere in un suo progetto artistico…

***

Cantico degli uomini

Siamo stelle

espulse al contrario

dal forcipe fottuto della vita

sputi di dio

o di amplessi voraci.

Scuciture maldestre

nel filo lubrico del niente.

Poesie in cancrena

nel lercio di un fast-food.

***

Capodanno

Questa notte

di sbocciate malinconie

e futuristico furore

dinamismo esasperato

in ipercinetiche istantanee –

di sogni archiviati

come braci spente

e paure rannicchiate

dietro spericolate carambole.

Questa notte

di alcolici bilanci

e pirotecnici esorcismi

di stelle eclissate

e terre promesse

ha l’incedere pesante della fine

e gli occhi incendiati

d’ogni nuovo inizio.

Claudia Erba

(componimenti tratti dalla raccolta poetica d’esordio Adagio con Brio)

***

Adagio con Brio (Catartica edizioni, 2018, pp. 64, euro 13) è la tua raccolta poetica d’esordio. Come nasce l’ amore per la poesia, da quanto tempo la scrivi?

Le poesie che compongono Adagio con brio sono state scritte in un arco temporale abbastanza lungo, dal 2011 al 2016 più o meno, senza una determinata periodicità e senza l’intenzione di dare vita ad una raccolta. Da sempre leggo moltissimo, più prosa che poesia però, a dire la verità. Penso che il discorso per immagini, tipico della poesia, sia stato stimolato in me dalla lettura. Molte delle immagini che popolano la mia fantasia piovono calvinianamente dai libri; perfino gli austeri tomi di diritto hanno sollecitato la mia fantasia figurale.

I poeti del vissuto / hanno le dita escoriate / dalla penna di fuoco / del ricordo / le carni spillate / da dolori reiterati / come condanne in appello / e gli uteri scoppiati / da gravidanze continue. Questo l’incipit del componimento Poeti il cui verso finale “Per la prima volta vivere”, mi ha molto colpito. Qual è stata la prima volta in cui poeticamente parlando, hai davvero vissuto?

Premetto che mi ha da sempre affascinata la così detta filosofia del vissuto: Husserl, Dilthey, Brentano, James. In particolare in Bergson il vissuto, in virtù della sua assoluta e irriducibile immediatezza, consente di accedere alle profondità dell’essere. Nella mia poesia Poeti questa funzione di scandaglio dell’interiorità è invece assolta dal non vissuto. In questo senso scrivo dei “Poeti del prima mai”, che realizzano nell’atto creativo del fingere un’esperienza autentica. Detto questo, rispondere alla domanda è davvero difficile per me. Non penso sia facile abitare poeticamente la terra, non credo di aver mai vissuto poeticamente, mi accontento di non sopravvivere semplicemente.

Nella prefazione di Oliviero Malaspina si legge: “Claudia Erba sconcerta la sua scrittura alla ricerca di una pace maledetta. A volte ci sorprende con un disarmo paziente, rifugio precario, paralisi dei sentimenti, per poi scaraventarci addosso tutta l’energia della vita in tutte le sue sfaccettature. Amore, rabbia, consolazione, altruismo.” La complessità è uno dei temi al centro della tua ricerca poetica. Vuoi dirci di questo e degli altri temi presenti nel libro?

Henri Michaux ha scritto che “Il vero poeta crea, poi comprende…qualche volta”. Per me è proprio così, tanto più che la comprensione, ex post, è sempre qualcosa di parziale e precario. Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto, mi verrebbe da dire, parafrasando Ungaretti. Il tentativo di penetrare la realtà si scontra inevitabilmente con l’indecifrabilità del reale e delle mie stesse percezioni, generando una poesia dell’incertezza, del “forse” inteso come dischiudersi di infinite possibilità, anche interpretative. È centrale il concetto di mediazione, che a mio avviso governa le relazioni umane e, più in generale, tutta l’esistenza, traducendosi a livello testuale in un impiego ricorrente dell’ossimoro. Oliviero Malaspina ha colto con sensibilità la mia percezione del vivere come ossimoro perenne, come incontro-scontro di polarità contrapposte, dal quale nasce potenzialmente, per contrazione e non per dilatazione, l’acquisizione di un senso diverso.

La raccolta, dopo 39 poesie, si chiude con una canzone. Come mai questa scelta?

Innanzi tutto mi preme sottolineare che non si allude alla canzone intesa come genere metrico proprio della tradizione poetica italiana. Fil rouge è, invece, una poesia pensata per divenire canzone nel senso di composizione musicale. La cantautrice milanese Patrizia Cirulli che – lo confesso! – mi piacerebbe moltissimo coinvolgere in questo progetto, a proposito del suo album Mille baci, i cui testi sono firmati da Catullo, Merini, Quasimodo, Garcia Lorca, D’Annunzio, per citarne solo alcuni, ha fatto un’affermazione significativa, che sento molto mia: “Non si tratta di accompagnamento musicale, ma di approcciarsi alle poesie come fossero testi di una canzone.” Del resto, un certo ritmo spirituale, una disposizione d’animo, una sorta di musicalità interiore mi sembra precedere la composizione poetica. (Non ho scoperto nulla, è un concetto shilleriano!) Si tratta, in questo caso, di far riaffiorare quel sentire che si pone a monte della concretizzazione poetica.

Ci racconti un episodio OFF della tua vita legato alla poesia?

Alghero, estate 2018: “Mammamammamammalepoesiemipubblicanolepoesie!”, vomito in un mood da TSO impellente, annunciando il mio personalissimo gaudium magnum. Lapidaria risposta della genitrice scettica: “”See, vabbè! Guarda, piuttosto, che il cane non è ancora uscito!”

Il tuo prossimo lavoro letterario di cosa tratterà?

L’aggettivo letterario accostato al mio lavoro mi fa sorridere e mi atterrisce. Un po’ come quel misto di riderella e straniamento che mi prende se mi definiscono poetessa. Dunque non so rispondere. Oltretutto, questa storia che scritto un capolavoro te ne chiedono subito un altro, deve finire!

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Silvia Castellani
nata a Rimini nel 1978. Ha conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Bologna. E' tecnico addetto alla gestione e al marketing delle infrastrutture del loisir (teatri, musei, parchi tematici) avendo frequentato la Scuola del Loisir. Giornalista pubblicista, si occupa di giornalismo culturale e fotografia, anche tramite l'ideazione e la cura di rubriche e progetti di parole e immagini, su riviste e portali culturali. Suoi articoli e fotografie sono presenti su IlGiornaleOFF, Critica Impura, Farapoesia, Satisfiction, Zonadidisagio. Suo il progetto fotografico Rosarium (rose e misteri). www.silviacastellani.it