Giorni Anomali, rock irregolare e comunitario

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«Ma sai, la libertà a volte chiede il conto…». In una strofa dell’ultimo singolo (Tra un istante è giorno) che celebra il loro decennale si trova tutta la cifra dei Giorni Anomali. Nativi di Viterbo, dove rappresentano un fenomeno di costume, amati fino nella regione del Donbass, dove hanno suonato “sotto l’assedio” davanti a 20mila persone.

«Trecento concerti trascorsi così: passare in un attimo da cinquanta a migliaia sottopalco per poi tornare nei piccoli club e ripartire ancora…», racconta il frontman Federico Meli. Un gruppo sui generis, per quanto nello stile di un rock italiano “di scuola”. Capitanati da un ex militante ultras, dietro un pop di stampo cantautoriale è nei testi che emerge l’istinto di una scrittura senza filtri:  “Abbiamo sempre affrontato i temi senza chiederci cosa potesse andare bene a chi».

Ribellisti e comunitari ma anche cantori di un amore fuori dai cliché del feuilleton e pronti a stringere sodalizi “differenti”, come quello con Povia. 

Con questo pedigree lo stile “Off” per i Giorni Anomali è una medaglia: «Non ci siamo mai “regolati”. Questo di certo non ha pagato tra i buonisti ma ha rappresentato il raggiungimento del traguardo che mi ero posto da ragazzino». Quale? «Diventare l’ascoltatore dei miei testi…».