Attilio Forgioli e Martina Antonioni, la nuova figurazione ieri oggi e domani

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Martina Antonioni, E non so a chi dirlo, 2018, acrilico, matita, vernice spray e smalto ad acqua su tela,cm 98 x 93

 «E’ una cosa che voglio vedere dipinta» è l’affermazione che l’artista Attilio Forgioli  ultizza per definire l’opera universale capace di racchiudere il significato di tutta la sua arte.

Dialoghi è la mostra inaugurata il 29 novembre presso lo spazio Federico Rui Arte Contemporanea a Milano a cura di Emanuele Beluffi che mette a confronto e in comunicazione i quadri di Attilio Forgioli classe 1933 e quelli di Martina Antonioni classe 1986.

Contrapposizione e universalità caratterizzano le opere dei due artisti, accomunati dall’inconsapevole volontà di richiamare l’uno aspetti dell’altro. Forme e colori si specchiano nei quadri che, comunicando attraverso tratti comuni, danno voce a due generazioni lontane.

In occasione della mostra è stato presentato il #9 della rivista FRAC – Federico Rui Arte Contemporanea, con testi di Emanuele Beluffi, Attilio Forgioli e Martina Antonioni con un apparato iconografico delle opere in esposizione.

Per Martina Antonioni il mondo interno è il pretesto per l’immagine, per Attilio Forgioli lo è quello esterno.

In entrambi i casi il soggetto della figurazione è la realtà: “lunga”, storica, reminiscente per l’uno; presente, “quasi-ricordi” autoascritti in prima persona,  per l’altra.

In entrambi i casi, laicamente trasfigurata. In loro, in questi due artisti separati da due generazioni, il quid è: trasformare l’immagine. Perché l’immagine deve diventare un quadro.

Attilio Forgioli – Porta-2014-Olio-su-tela-120×100

Al fondo delle opere di Attilio Forgioli è il senso sacrale dell’esperienza storica relativa alla drammatica guerra civile (nella fattispecie della “narrativa” pittorica qui esposta si tratta per inciso dell’assassinio di partigiani cattolici) che insanguinò specialmente il nord Italia all’indomani della caduta del regime fascista (e infatti le sue opere si intitolano Reliquario, Elmetto, Alagna 14-7-44) e nei suoi quadri la morte (Tre cipressi) è disperazione e speranza insieme, come nel Diario di Giovannino Guareschi e in Se questo è un uomo di Primo Levi.

Un chiaro e forte NO espresso dall’opera, così titolata, di Martina Antonioni, che fa parlare fra loro passato e presente nel nome della contemporaneità (pensiamo al lungometraggio No dell’artista madrileno Santiago Sierra), dove in filigrana leggiamo la storia di Aaron Swartz, una sorta di Julian Assange ma senza le protezioni, attivista americano coautore delle licenze Creative Commons che usiamo tutti i giorni e strenuo difensore della libertà d’espressione, suicidatosi a 27 anni nel 2013.

Martina Antonioni, La strategia del tiglio, 2018, acrilico, matita, vernice spray e smalto ad acqua su tela, cm 94 x 111

Anche dalla produzione di Martina Antonioni emerge un “principio speranza”: E non so a chi dirlo e La strategia del tiglio racchiudono un senso di rinascenza, perché anche un fiore appassito, come quello raffigurato nella prima opera succitata, è la premonizione di un possibile rinnovamento pur a partire dalla morte, perché da una foglia nascono più cose (ed è questa la tattica, il legame con quell’albero particolarmente longevo quale è il tiglio), perché gli alberi denotano un senso di protezione e perché, in fin del conto, Gli alberi parlano sempre. Anche in Martina Antonioni abbiamo “una cosa” che lei vuole vedere disegnata, dipinta, raffigurata: la trasformazione dell’immagine di Forgioli passa, qui, da queste macchie di colore prive di distrazioni, di addenda visuali. In effetti, anche qui l’azzeramento totale di quel proscenio che è lo sfondo fa parlare le “cose”. Là, un elmetto, una bomba a mano, qui un fiore, un albero.

Attilio Forgioli – Residence-2016-72×82-olio-su.tela

In entrambi i casi abbiamo una filosofia dell’esistenza in chiave visuale proprio a partire dalle “cose” e dall’esperienza, storica in un caso interiore nell’altro, come è testimoniato dall’opera di Martina Antonioni titolata Quando mi dimentico di esistere, che potremmo racchiudere nella SECOLARE questione del rapporto corpo/mente (Io esisto? Esisto in quanto corpo che agisce? O in quanto mente che pensa? O tutt’e due?), cui Cartesio nel Seicento diede l’abbrivio con la celeberrima quanto paradossale osservazione «Devo badare a non prendere qualcos’altro per me stesso». [Dal testo di Emanuele Beluffi, n.d.r.]

Sarà possibile visitare la mostra fino al 18 gennaio 2019, un’occasione per riflettere su come il dialogo dell’arte vince sull’incomunicabilità generazionale.