Tutelare la propria cultura è un fattore civilissimo nel rispetto di se stessi

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Pexels License, ph. Aksonsat Uanthoeng

Appartenere ad una identità sociale è una forte necessità dello spirito umano. L’identità sociale è infatti “quella parte dell’immagine che un individuo si fa di se stesso, derivante dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale o gruppi, o ampia comunità, unita al valore e al significato emotivo attribuito a tale appartenenza”.

Gli approfondimenti sociologici ci insegnano che il gruppo sociale tende a persistere creando un “sistema sociale” e questo sistema è l’insieme degli individui che rimane coeso in funzione della reciproca interazione tra loro. Un mutamento in qualcuno di essi si riflette su tutti. Ma se ogni gruppo sociale è caratterizzato da una propria cultura, cosa accade se questo entra in contatto con un altro gruppo sociale di differente cultura? Precisiamo che per cultura intendiamo quell’insieme di: conoscenze, stile di vita, modo di pensare, filosofia, religione, arte, che costituiscono un patrimonio acquisito nel tempo, un patrimonio formato da realtà non accumulate in forma quantitativa, ma attraverso processi qualitativi, (per differenziare dal concetto di civiltà che invece rappresenta un patrimonio di: scienza e tecnologia, nozioni e strumenti tecnici, accumulate in accrescimento quantitativo).

Sappiamo che l’incontro di due o più culture produce un processo di trasformazione. Questo incontro non si limita a semplice scambio di tratti culturali, ma causa profondi mutamenti che avvengono nel contesto delle culture protagoniste del contatto, interculturale. L’effetto che ne risulta si chiama tecnicamente acculturazione e “comprende i fenomeni che si generano quando gruppi di individui dotati di culture differenti entrano in contatto continuativo e diretto, con conseguente trasformazione nei modelli originali di cultura di ciascuno dei gruppi”.

Con gli studi delle scienze sociali, su questi argomenti, riconosciamo effetti tra una “cultura datrice” e una “cultura ricevente”. In questo processo non si escludono condizioni conflittuali, per via delle tradizioni che devono essere tutelate affinché non nasca una criticità caotica nella cultura “ospitante”.

Una cultura potrebbe accettare molti tratti culturali fornitele dall’altra con cui entra in contatto, ma in questo caso significa che esiste una grave debolezza culturale.

All’opposto potrebbe verificarsi che una cultura rifiuti totalmente elementi nuovi provenienti dall’altra cultura, legandosi fortemente alle proprie tradizioni, in questo caso pone una resistenza culturale.

Queste tendenze difficilmente si realizzano integralmente, ma avviene quello che gli scienziati sociali chiamano sincretismo culturale. E’ un fenomeno per il quale le culture in contatto elaborano elementi nuovi, adattandoli alle tradizioni e producendone altri mai esistiti precedentemente, per soddisfare nuovi bisogni indotti dal complesso mutamento culturale. Le culture non sono ovviamente immutabili. Esse sono soggette a trasformazioni e ad un cambiamento culturale, che avviene in modo “sincronico” e “diacronico”. Nel sincronico è osservabile come consapevolezza che è in atto un fenomeno di avvicinamenti culturali quali sommatoria di azioni e reazioni, nel diacronico invece si assiste a cambiamenti che avvengono per effetto del succedersi di generazioni.

Nel caso della nazione italiana, circa i flussi migratori persistenti, riflettiamo attentamente su questi processi di mutamenti, perché non presentino quelle condizioni delle suddette debolezze culturali. Nel sincretismo culturale, l’incontro-scontro tra la “cultura datrice” e la “cultura ricevente” giocano un ruolo tra “debolezza” e “resistenza”, che diviene rischioso per gli equilibri conseguenti, nel presente e quindi per la storia futura del Belpaese.

Annullarsi culturalmente significherebbe anche perdere traumaticamente una identità. Quell’identità che nel tempo è stata il prodotto di un percorso storico non privo di sofferenze umane; e che tutto non sia stato vano.

Tutelare la propria ”cultura” è un fattore civilissimo nel rispetto di se stessi. Si rispettino certamente gli altri, ma anche gli altri ci rispettino. Ma si può scegliere e decidere anche di non volere farsi rispettare.