Profugy, il falò delle novità

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I Profugy nascono attorno ad un falò, in spiaggia, nell’estate del 2010. Cinque anni più tardi, nel gennaio 2015, il progetto prende vita con l’uscita de La nostra comunità, un EP di quattro brani che ha permesso al gruppo di portare in giro la sua musica e le sue convinzioni. Massimiliano Lauritano, Francesco Petrone e Luca Buonaiuto nei loro brani raccontano la miriade di vite scoperte viaggiando. «Avevamo in mano storie di tutti i generi» spiegano. Ispirati da un lato da cantautori italiani come De Andrè, Bertoli, Battiato, Guccini, e dall’altro dal folk americano e dalle atmosfere country, i tre provengono dall’hinterland napoletano, precisamente da Palma Campania, Saviano e Volla. «Sono piccoli paesi di provincia dove la realtà è un po’ diversa da Napoli città. Nonostante ciò ci sentiamo napoletani; non a caso i nostri testi sono scritti nella maggior parte in dialetto, anche se testualmente prediligiamo una scrittura che va oltre i confini dei vicoli di Napoli e di tutto quello che di bello ha la nostra città perché abbiamo altro da esprimere, una nostra visione delle cose».

In finale al Premio Fabrizio De Andrè grazie al bel brano Nun da’ retta, il trio pop folk è arrivato ora al suo primo album Stato confusionale, un intenso percorso di 11 brani. «Rappresenta metaforicamente la venuta al mondo, o meglio, qualche attimo prima che succeda. Un momento in cui l’individuo è confuso perché non sa che strada prenderà la sua vita e come dovrà comportarsi in relazione ad essa. Da qui, ogni canzone rappresenta uno stato d’animo collegato ad un periodo preciso della vita, così da raccontare un vero e proprio viaggio nella propria coscienza». Pronti a presentare il disco dal vivo con una serie di concerti, i Profugy per il futuro sognano una collaborazione con Eddie Vedder, senza perdere di vista il falò delle origini: «Ci vediamo ancora in spiaggia, a continuare a scrivere canzoni e vivere la nostra musica, com’è sempre stato. Perché a volte le cose belle si nascondono proprio vicino a noi, bisogna solo saperle guardare».