Anna Ferraioli Ravel, tutto sulle donne, le bugie e la paura di dire no

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Anna ferraioli 2Determinazione e grinta sono gli elementi che emergono subito parlando con Anna Ferraioli Ravel. L’abbiamo vista di recente in Guarda in alto nei panni di una suora particolare e abbiamo avuto modo di incontrarla alla presentazione mondiale del cortometraggio Si sospetta il movente passionale con l’aggravante dei futili motivi, diretto da Cosimo Alemà, di cui è co-protagonista insieme a Irene Ferri, Pilar Fogliati e Nina Fotaras.

 

Partiamo da questo progetto breve, in cui emerge la questione della solidarietà al femminile. Ci credi? Ti è capitato di assaggiarla nel corso della tua carriera?

Questo progetto probabilmente è il caso più solido sul piano artistico, in quanto grazie a Cosimo si è creata un’energia magica di supporto visto che all’interno di un piano sequenza non avevamo alcun tipo di certezza. Questa sinergia si è ripercossa anche sul piano umano. In generale nella vita non sono competitiva, però trovo che in questo mestiere sia importante il concetto di emulazione. Mi piace studiare le donne e mi è capitato di avere degli episodi di solidarietà femminile. Ad esempio ne Il bello delle donne ero una delle protagonisti più giovani, lì mi sono misurata con signore attrici come Lina Sastri, che ammiro tantissimo. Con lei si è creata una collaborazione incredibile basata sulla stima reciproca.

La donna ha una serie di sfaccettature che spesso nella scrittura vengono ridotte e appiattite in una formula standard. Mi dispiace che nel cinema italiano l’attore venga identificato col personaggio, una volta che hai fatto una determinata interpretazione ti collegano a quella ed è uno dei più grandi limiti del nostro mestiere. Nella mia carriera per fortuna ho avuto la possibilità di affrontare parti diverse, nel film di Verdone (Benedetta follia, nda) interpretavo una coatta romana e io sono napoletana e con tutto il rispetto non ho quel temperamento. Mi diverte la possibilità di trasformarmi e immedesimarmi in un’altra vita.

Anna ferraioli 1Come hai fatto a non farti incanalare in un ruolo?

Sono molto versatile. In questa professione bisogna cercare di pescare dal proprio repertorio a seconda della situazione; è faticoso, ma paga, altrimenti rimani davvero incastrato. Mi sono impegnata nel filtrare gli stessi progetti che mi venivano proposti in modo da costruire un percorso.

Tanto più agli inizi, non hai avuto paura di dire di no?

No, sono stata abbastanza fiduciosa. Forse ho avuto questo approccio anche perché sono arrivata a fare questo lavoro provenendo da una strada completamente diversa. Ho studiato, infatti, Diritto Internazionale per cui è stata un po’ una scommessa, non avevo molto da perdere. Ho cercato sempre di rispettarmi molto nelle scelte professionali. Sicuramente ho compiuto degli errori legati all’immaturità, ma se guardo ai passi compiuti sino a questo momento sono abbastanza felice.

Nel corto di Alemà viene affrontato il tasto della bugia. Qual è il tuo rapporto con quest’ultima e quello con la verità?

Per quanto riguarda quello con la bugia è pessimo. Sentimentalmente parlando sono molto chiusa, però ho le pupille che tradiscono facendo trasparire le mie emozioni. Talvolta mi sono confrontata con la bugia per la paura di deludere le aspettative. Avendo solcato i trent’anni, mi sono ripromessa di essere onesta in primis verso me stessa. Chiaramente in un contesto mediatico non puoi tirare fuori quello che hai dentro in tutte le circostanze per cui si tende a mantenere una giusta distanza. Forse è quest’ultima che ti salva più che la finzione, serve per tutelarsi.

Nella pagina della tua agenzia (la Karasciò, nda) si legge: «viene da una famiglia campana decisamente atipica, da cui ha ereditato una vera e propria lingua, un lessico familiare che dà forma alla sua personale visione del mondo». Ti va di approfondire?

È un lessico famigliare alla Natalia Ginzburg. Sono cresciuta in una famiglia molto particolare, che mi ha fornito una serie di input culturali e creativi. Quel codice famigliare lo porto con me nella decodificazione della realtà. Io mi sento molto nomade a livello geografico, non ho un’identità molto forte da quel punto di vista. Casa per me è un libro, un paesaggio, uno scorcio, una parola. L’unico posto che mi identifica molto è Ravello in Costiera Amalfitana perché è un luogo dell’anima, in cui si sono coltivati tutti i miei affetti; per il resto sono un po’ vagabonda.

Hai avuto occasione di studiare in Francia, cosa ti porti di quello sguardo?

Una grande nostalgia legata all’immediatezza, all’apertura e allo scambio artistico che si crea. Lì effettivamente una persona ha la possibilità di esprimersi a trecentosessanta gradi.

Anna Ferraioli 26256Come mai hai deciso di fondare una tua casa di produzione (Abuelita, nda)?

Sono fortemente convinta che in questo lavoro devi coltivare una tua dimensione di indipendenza artistica e lo puoi fare soltanto dando vita a progetti personali. In più avverto una grande responsabilità sociale. Produco, infatti, soprattutto documentari indirizzati alle nuove generazioni perché penso che siamo la generazione dello smarrimento ideologico. Siamo sballottati in una fragilità emotiva. Recentemente ho realizzato un documentario su Cuba (diretto da Giorgio Palmera, nda), un Paese dove c’è una forte vitalità artistica e credo che nel mondo artistico italiano manchi proprio questo: il bisogno di esprimere qualcosa perciò spesso e volentieri le storie non funzionano. L’arte ha sempre un destinatario, non può e non deve essere autoreferenziale.

Ci racconti un episodio OFF appartenente ai tuoi esordi?

Quello per antonomasia è legato al corto Ci vuole un fisico, nato da una pizza con Alessandro Tamburini, un regista romagnolo totalmente visionario. Lo abbiamo realizzato in una dimensione completamente indie, girando di notte su uno scooter. Nessuno di noi si aspettava di avere un successo così eclatante – ho vinto dieci premi soltanto come miglior attrice né immaginavamo che si sarebbe tradotto in un lungometraggio. Tutto ciò dimostra come  la determinazione e le idee paghino.

Richiamando proprio il titolo del film, ti sei mai sentita ricattata dall’immagine?

Mai, non ho avvertito questa sensazione neanche quando ho avuto una fisicità diversa, mi sono sempre sentita molto libera. Per l’attore il corpo è uno strumento di comunicazione. Certamente i canoni estetici esistono e sarebbe anacronistico ignorarli, bisogna confrontarcisi pacificamente. La Magnani diceva: «ho impiegato una vita a farmi venire queste rughe e me le tengo».

Non credi di essere un’eccezione?

Me lo auguro.

Cosa puoi anticiparci sui prossimi impegni?

Sto per produrre il film a partire da un mio soggetto. Si tratta di una storia familiare che si ispira molto alla Ginzburg e trae spunto dalla mia famiglia per poi arrivare a una sorta di Wes Anderson alla napoletana. La regia sarà affidata a David Warren, un carissimo amico, oltre che un regista notevole. L’anno prossimo sarà distribuito anche il documentario che ho prodotto su Cuba.

Per quanto riguarda il teatro, sarò in tournée da gennaio a marzo con Il Misantropo, insieme a Giulio Scarpati e Valeria Solarino. Io interpreto Arsinoè, l’amica più anziana di Celimene di cui si innamora il misantropo. La regia è curata da Nora Venturini, che mi ha già diretta in Una giornata particolare, infatti con tutto il gruppo c’è un bellissimo affiatamento.