Pupi Avati: “Quando la Melato mi aspettò per giorni…”

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fonte ilgiornale.it

80 anni e non sentirli: Pupi Avati, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore italiano, si racconta a OFF.

E’ noto il suo legame con Fellini: come ricorda il grande Maestro?

A Fellini devo questa scelta professionale. 8 e mezzo cambiò radicalmente la mia idea di cinema. Fellini è quindi rimasto per me un punto di riferimento nella vita. Cercai di contattarlo per anni con lettere, alle quali non rispose mai. Ma quando si trasferì a Roma, dove stavo anch’io, finalmente c’incontrammo e diventammo amici. Abbiamo condiviso gli ultimi anni della sua vita, quelli più dolorosi, quelli legati alla malattia.

Considera 8 e mezzo una pellicola ancora attuale?

Molti film di Fellini non hanno resistito al tempo, altri invece sono rimasti dei classici e 8 e mezzo è sicuramente quello che più di tutti mi fa amare ancora il cinema. Quando ho bisogno di un’iniezione di entusiasmo mi basta vedere una sequenza di quel film.

Com’è cambiato oggi il cinema?

Prima si aspirava al capolavoro, ora questa tendenza è andata sbiadendosi sempre più. Ciò avviene non solo nel cinema, ma nella cultura occidentale in generale. Ormai la qualità è data dall’incasso. E’ quindi evidente che quell’Italia lì, quella dalla quale io provengo, sta scomparendo.

C’è un film che è stato particolarmente difficile per lei realizzare?

Sì, I cavalieri che fecero l’impresa, del 2001. Richiese un budget elevatissimo e fu molto complicato da realizzare, perché io non sono un regista che è portato ad affrontare il cinema come fosse una guerra.

Durante la sua carriera ha ricevuto numerosissimi premi: se dovesse conferire lei un premio a qualcuno, a chi lo darebbe?

Moltissimi hanno una buona idea di cinema e ormai faticano ad essere ascoltati dalla società. Questi miei compagni di avventura si sono via via messi da parte. Darei un premio a Paolo Tajani, che dovrebbe continuare a fare cinema.

Che rapporto ha con la tv?

Disamore totale: non hanno più preso in considerazione le mie proposte. Ho realizzato un film, Il fulgore di Dony, che è stato tenuto bloccato per due anni ed è stato poi proposto a maggio 2017, in un momento in cui ormai la critica era distratta dalle vacanze. Era un film forte, quasi scandaloso: parlava dell’amore tra una ragazza e un disabile. Tuttavia sono stato ampiamente risarcito dalla città di Genova, che ha riconosciuto l’urgenza della tematica e ha deciso di proiettarlo nelle scuole.

Ci racconta un episodio OFF della sua carriera?

Ho fatto esordire moltissimi attori: alcuni di loro sono rimasti anonimi, altri sono entrati nello star system. Tra questi, Mariangela Melato, che ottenne un ruolo in un mio film grazie alla sua tenacia. Oltre a dimostrare d’essere un’attrice straordinaria, in quell’occasione diede prova di un grande carattere: si mise ad aspettare per giorni e giorni fuori da un mio set per ottenere la parte in un film nel quale, peraltro, lei non era nemmeno prevista. Alla fine, dopo una lunga attesa, è riuscita a raggiungere il suo obietto ed è diventata quella che tutti conosciamo. Ad oggi posso dire che non ci sono attori per me interessanti con i quali non abbia già lavorato, anche perché fare un film è per me come organizzare una cena: si invitano le persone con le quali si ha piacere a passare del tempo, con le quali si intende condividere un sogno.