Organico Ridotto, quando il rock contaminato difende la tradizione

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rock targato«La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri» diceva Mahler. Gli abruzzesi Organico Ridotto, vincitori del premio Stefano Ronzani a Rock Targato Italia 2018, sembrano rifarsi proprio a questo motto: cercano di mantenere viva la tradizione popolare della loro terra ma lo fanno attualizzandone i contenuti e le sonorità con una miscela affascinante di rock, reggae, dub e contaminazioni arabe. Abbiamo incontrato Antonio Lucifero, voce del gruppo, per farci raccontare qualcosa su di loro.

 

La vostra musica è difficile da inquadrare. Voi come vi definireste?

Forse è giusto dire che siamo fondamentalmente un gruppo folk, anche se capisco che di fronte alla parola folk l’ascoltatore si aspetta qualcosa di completamente diverso. Però la musica popolare si basa sempre su storie e sonorità che erano contemporanee nel momento in cui le canzoni sono nate dunque, secondo noi, mantenerla in vita significa provare a reinventarla con le sonorità e le tematiche di oggi. Da qui nasce il desiderio di sperimentare il reggae, il rock, la dub, ma anche la musica araba e molto altro, sempre mantenendo il filo conduttore del cantato in dialetto.

Ciò che resta sempre è il legame con la vostra terra…

Io nei confronti dell’Abruzzo sono estremamente critico su tantissimi aspetti, come si può percepire anche da alcune nostre canzoni come La citta delle panze. Però l’amore verso le proprie radici è qualcosa che non si può razionalizzare e che ti porti dentro in modo innato e incondizionato.

Sul palco vi presentate in modo molto teatrale. Come mai questa scelta?

Credo che il concetto di ritualità sia uno degli elementi fondamentali della musica popolare. Quella che facciamo noi però è una musica popolare rivista e attualizzata, per cui ci piace portare in scena un nostro personalissimo rituale, con le maschere e tutto quanto il resto, che credo restituisca il senso profondo di ciò che facciamo.

A livello di approccio, io vedo dei punti di contatto fra voi e il De André di Crêuza de mä. Ti sembra un paragone azzardato?

Mi sembra un paragone altissimo, più che altro. Però è vero che, al di là del dialetto, anche noi come lui attingiamo molto al bacino della musica araba e mediterranea: molti degli strumenti a corda che usiamo sono strumenti arabi. Ci piace molto quel tipo di sonorità.

In Crêuza de mä c’era anche una canzone intitolata Sinàn Capudàn Pascià. Voi cantate qualcosa di molto simile in Beduino latino.

E’ vero: le storie sono molto simili e sono entrambe storie vere, anche se successe a distanza di 400 anni l’una dall’altra. Raccontano entrambe di un italiano capace di uscire da una situazione disperata e diventare poi un personaggio di spicco nel mondo arabo. Noi italiani abbiamo una dote innata nell’adattarci e, anche nelle situazioni più estreme, trovare il modo per uscirne sempre bene.

Il vostro primo album è uscito da poco: che aspettative avete a riguardo?

L’album s’intitola Orto vol.1, per cui l’augurio è quello che in futuro ci sarà anche un secondo volume. Al di là di questo: anagraficamente non siamo più dei ragazzini per cui saremmo ingenui se ci facessimo prendere dalle aspettative. E’ anche una sfida, fare un album così particolare, per di più cantato in dialetto, in un periodo così complesso per la musica. Però è una sfida che noi accogliamo con grande consapevolezza, senza illusioni, ma anche con molta convinzione.