Mangia!, la stand up comedy che “spara” sul pubblico

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"Mangia!" lo spettacolo di Anna Piscopo, un flusso di parole che scorrono come una mitragliatrice sul pubblico: al teatro Tordinona a RomaUn flusso di parole che scorrono come una mitragliatrice sul pubblico. Mangia! il titolo dello spettacolo di Anna Piscopo e la chiave di volta per comprendere la conseguenzialità dei pensieri.

Tradizione culinaria, differenziata per regioni: per noi italiani mangiare è un rito, un collante familiare e a volte un approccio.

Mangia! è un monologo provocatorio, impostato come stand up comedy (Teatro Tordinona, via degli Acquasparta, 16, Roma) che ritrae il presente nostrano.

Anna interpreta una ragazza cresciuta in un paesino pugliese, che per trovare lavoro si trasferisce a Roma dalla zia. Ripercorre un’adolescenza in sovrappeso, l’incontro con il primo ragazzo e poi la perdita del lavoro del padre, fino al bisogno di lasciare casa.

Piscopo ha costruito un personaggio con poche sfumature, orientato per raccontare un punto di vista chiaro dal principio.

Mangiare ed essere mangiato: mangiare per crescere, lavorare per mangiare, essere mangiato per lavorare e sopravvivere. Attraverso il bisogno ancestrale espone una realtà in cui la protagonista senza istruzione ed esperienze non riesce ad avere un riscatto.

Non le resta che un ruolo passivo. Una macchietta: la ragazza di paese, ignorante, cresciuta con fondamenti cattolici, abituata a essere guidata dalla famiglia.

La superficialità della protagonista permette di poter giocare sulle sfumature verbali e creare delle situazioni grottesche. Sembra una marionetta che replica gli atteggiamenti estremizzati di un prototipo italiano. Sfila e mostra il sedere (e non solo), si lecca le braccia al concorso, la cui premiazione renderebbe fiera la madre. Racconta del falò al mare e di un rapporto orale (anche qui si mangia) per imitare i coetanei.

Appare una gioventù i cui valori non attecchiscono nella realtà. Spera di lavorare senza qualifiche e la buona volontà non è ammessa. Spera di conoscere il principe azzurro, ma il prete e la madre lo avevano presentato diversamente.

Vediamo un’Italia (raffigurata nei grandi orecchini che ondeggiano) che crede nella famiglia, nell’appartenenza, ma che infondo accetta solo l’omologazione connivente. Così quando concede fiducia nell’altro si ritrova a pagare un invito a cena con un rapporto sessuale, mentre raccoglie una banconota da € 20.

Una storia già sentita: l’assenza di lavoro, la perdita di valori e la mancanza del mutuo soccorso, che è affrontata di petto. Non parla, ma mostra, non critica, ma imita. Utilizza il suo corpo per denunciare un fare che sterilizza il sentire. Urla, forse troppo, si denuda e rincalza con ripetizioni di concetti, che trovano sempre nuove declinazioni.

Mentre il testo mostra brillantezza e puntualità nella resa, la recitazione è meno performante. Costruendo un personaggio molto enfatico, la verità non trova spazio nei momenti drammatici. Ma è da premiare il coraggio di mettersi alla prova per comunicare.

La regia invece è semplice, non c’è scenografia e i cambi di luce sono misurati, alternati con buio e notturni intimi. Tutto è retto dalla voce e dall’intenzione di Anna