Quelle serrande Umanamente in Bilico e colorate di poesia

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Valerio Di Benedetto, alias Umanamente in Bilico

Valerio Di Benedetto, alias Umanamente in BilicoFrancesca Barbi Marinetti intervista Valerio Di Benedetto alias Umanamente in Bilico.

Si è inaugurata il 27 settembre la mostra di Valerio Di Benedetto, alias Umanamente in Bilico, “Indaco. In bilico tra colore e poesia” a cura di Alice Belfiore nello spazio espositivo de Il Margutta Vegetarian Food & Art a Roma. La mostra di serrande contaminate da street-poetry è stata voluta da Tina Vannini, titolare dello storico locale di via Margutta, e sarà visitabile fino al 3 dicembre. «Le opere per la forza comunicativa di vernice e ferro arrivano potenti» afferma Tina «ma sono le parole a catturare riflessioni e pensieri in una metrica leggera».

Chi sto intervistando, Valerio Di Benedetto o Umanamente in Bilico?

Il mio nome d’arte è Umanamente in Bilico perché è così che sono realmente nella vita. Indica un percorso e una ricerca, un cadere e rialzarsi, indica il capire quali siano le ferite che ci portiamo dentro ma anche ciò che ti offriranno una volta rimarginate. È capire che l’oscillare tra vittoria e sconfitta, tra bene e male, che ben rappresenta la mia vita, ha anche a che fare con i massimi sistemi: la mia è una condizione di precario, come attore, come partita iva, come sentimenti, come certezze e come dimensione emotiva. È nello stare sul filo in bilico che ho trovato il mio equilibrio e la mia identità. Umanamente in Bilico mi ricorda un po’ Clark Kent alias Superman: sono la stessa persona, poi accade che Clark Kent si leva gli occhiali, indossa il mantello e salva il mondo. Anziché togliere gli occhiali io prendo bomboletta e pennello, ma posso mettere in salvo tutt’al più me stesso attraverso una scoperta interiore ed una rivoluzione umana.

 

Cosa ti ha spinto a diventare street-poet, ad occupare con le tue poesie le serrande della città?

Dal momento in cui ho cominciato a scrivere ho avuto bisogno di chi mi leggesse. Ho iniziato a postare poesie sui social, ma cercavo un editore (Miraggi ancora non mi aveva risposto). È in quel frangente che ho pensato ad una pubblicazione alternativa, ovvero la strada. Ho iniziato a guardare le serrande come fossero potenziali pagine bianche e a pensare Roma come un grande libro. Fino ad un giorno di noia piatta estiva, con l’insistente frinire di cicale, in cui mi sono trovato con Solo e Er Pinto a fare un lavoro in prossimità di una piccola discarica del Trullo. Solo voleva lanciare una nuova composizione stencil dedicata a Venom, e ne è uscita una composizione a tre intitolata Odi et Amo. Una volta postata sui social è diventata virale. Così a settembre chiesi ad un’amica che ha un banco al mercato della Garbatella se potevo dipingere la serranda con una mia poesia. Il banco era il numero “21”, ed è così che ho intitolato la prima poesia urban. Tra breve andrò a recuperarla perché sposteranno il mercato…

Qualcuno ti ha attribuito un certo citazionismo nerd. Anche i colori in cui sono immersi i tuoi componimenti hanno questa cultura di riferimento?

Da piccolo sono cresciuto con Paperinik e non ho mai smesso. Supereroi e fumetti fanno da sempre parte del mio immaginario ed i colori che utilizzo certamente vi attingono, ma le combinazioni cromatiche hanno come riferimento soprattutto la pop-art, in particolare Warhol e Basquiat. I colori sparati spesso contrastano con la malinconia delle parole, rendendole più tollerabili. Poi vi sono poesie che fanno esplicitamente riferimento a supereroi, anche cromaticamente, come in Atlantide con Aquaman.

Valerio Di Benedetto, alias Umanamente in Bilico

Parliamo di Atlantide. È una dedica che hai fatto per il Margutta…

Si Atlantide vuole essere un manifesto sull’ambientalismo che sarà tema della prossima stagione del Margutta. L’intento è sensibilizzare su qualcosa che riguarda tutti: chi siamo noi per abusare del mondo che ci ospita? Tanto alla fine è la Natura che comanda… Un’altra dedica che ho voluto fare è proprio alla via Margutta, con l’opera Come Here, in cui cito Fellini, Mastroianni, le piante rampicanti accanto alla fontana degli artisti…

Torniamo alla Poesia. Per te è stata una catarsi ed una scoperta di te stesso. Un modo di consumare un vuoto d’amore riempendolo di parole potenti. La poesia è anche nutrimento per te? Leggi i poeti?

Non lo è stato prima, adesso lo è perché sento l’esigenza di comprendere meglio cosa c’è intorno e la direzione che ho preso. Riconoscere se ci sono affinità con altri, cosa che mi ha fatto notare tempo fa un’amica paragonandomi a Michele Mari, e ne sono molto onorato. Sono stato sempre un attento ascoltatore dei cantautori italiani: da De Gregori a Dalla, a Renato Zero…

Sei stato un sorcino?

Sono ancora un sorcino, soprattutto se penso al Renato Zero degli anni ottanta…

In effetti la poesia è un genere non molto frequentato dai giovani, che si avvicinano più facilmente al cinema o alla musica, mentre tu ti sei espresso di getto in versi, come un’esigenza che partiva da dentro. Possiamo dire che scavalcando l’approccio accademico, il tuo lavoro mette in evidenza una forza antica ed attuale, quella della poesia come voce potente e profonda tuttora viva?

Si, è così. Credo anche che ci si sia allontanati dalla poesia perché il linguaggio aulico è distante, difficile e non alla portata di tutti. Lavorando molto con le immagini, ho cercato di mettere in poesia direttamente sensazioni e immagini. Come attore ho sviluppato quel frame, passando dal primissimo piano al campo lungo. Inoltre, mi sono reso conto che autori classici, come Seneca o Catullo, sono meno aulici di molta poesia più vicina ai nostri tempi. Credo che l’efficacia della mia poesia stia nell’essere diretta, semplice e pragmatica. Il mio percorso interiore mi ha portato ad essere onesto intellettualmente rispetto a ciò che sento e a non creare una maschera. Miles Davis diceva a Herbie Hancock e Wayne Shorter di non nascondersi dietro al proprio strumento altrimenti si diventa finti e non si fa vibrare l’emozione.Valerio Di Benedetto, alias Umanamente in Bilico

In Amore a tiratura limitata, il tuo primo libro di poesie, vi è un filo rosso che lega i componimenti dal primo all’ultimo. Hai mai sentito il desiderio che questo accadesse anche per la tua street-poetry?

Il legame c’è. All’inizio vedevo Roma come un grande libro. Nella seconda serranda che ho dipinto ho disegnato i puntini di sospensione come simbolo di “continua…”. Non li ho più messi per mancanza di spazio, pensando poi di inserire un numero progressivo, come fossero pagine. Questa cosa verrà ripresa nella mia prossima pubblicazione, che si intitola Ruggine

Cos’è la ruggine per te?

È qualcosa che si è ossidato e andato in cancrena. Ma è anche qualcosa di usurato che ha avuto una sua storia e funzione. Qualcuno ha scritto che Roma non si sarebbe mai potuta risollevare nella sua grandezza per il peso del suo passato. La ruggine è anche questo: il passato non torna come nuovo, ma posso valorizzare e attualizzare ciò che è già accaduto, accostandovi composizioni poetiche e facendo attenzione a non cancellare completamente la ruggine. Le serrande in strada conservano nel bordo superiore anche il grasso. L’idea che vorrei trasmettere è che le poesie a partire dal centro esplodono occupando la superficie senza coprirla totalmente, perché le cose troppo precise sanno di fake. Eventuali cartelli affissi in seguito sulle serrande diventano parte dell’opera, creando una commistione tra vita e poesia. È importante, perché ciò significa anche non prendersi troppo sul serio.

C’è una dose di ironia nella tua opera…

Credo che una delle cose peggiori che possano capitare nella vita è non avere ironia. Se non hai ironia non sarai mai salvo.