Meluzzi: “Voglio morire da cristiano penitente e liberale impenitente”

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Alessandro MeluzziAlessandro Meluzzi è un celebre personaggio televisivo (e psichiatra) che non le manda a dire. Soprattutto in questi tempi turbolenti parlar chiaro e, come direbbero gli Antichi, “cum grano salis”, non è da tutti. Lui è uno dei pochi. Siamo tutti al corrente dell’agghiacciante vicenda della rapina criminale ai coniugi di Lanciano, Carlo Martelli e Niva Bazzan, brutalmente picchiati -e lei mutilata ad un orecchio. Sappiamo anche che sono finiti in manette tre uomini dell’Est Europa, romeni che fanno parte di una vera e propria gang. Sappiamo che, secondo le statistiche, le rapine in villa sarebbero in diminuzione, ma sappiamo anche che la violenza di queste rapine è spaventosamente aumentata: altro che consolazione. E quanti sono gli episodi di criminalità ed effrazione violenta rispetto ai quali nel mare magnum dell’informazione non sappiamo nulla? Per esempio: è proprio di Alessandro Meluzzi il video, postato meno di un mese fa in pieno clima agostano di distrAzione di massa, in cui ci mette in guardia dalla deriva dell’informazione “mainstream”: «In questo momento esiste in Italia una grave emergenza nell’informazione. Se voi avete come unica fonte di informazione i telegiornali e i grandi quotidiani, non avrete trovato queste notizie che sono invece fatti». Vi proponiamo il video e, soprattutto, la bella intervista di Ludovico Terzi (Redazione).

In alcuni e precisi momenti della propria vita bisogna essere in grado di dare degli strappi, di mettersi lì, con tutte le forze che ti rimangono, a navigare controcorrente. Hai le onde che ti sospingono indietro, ma tu riesci a nuotare andando sempre più avanti; e questo possiamo dire che è la sintesi della vita di Alessandro Meluzzi, 62, psichiatra, che ha fatto sì che il controcorrente fosse effettivamente la direzione normale, quella di tutti i giorni.

Per iniziare, qual è stato un momento Off della sua vita?

Quando ero ragazzo, nel 1982, ed ero soprattutto un semplice specializzando, organizzai un convegno sullo stress a Torino, che aveva tra gli ospiti Paolo Pancheri, psichiatra di fame internazionale. Quel giorno, nonostante ci fosse un ulteriore convegno organizzato invece dal professor Torre, io lo stesso mostrai il mio aspetto irriverente, accompagnato sempre dal mio animo ribelle e anticonvenzionale.

Anticonvenzionale è stato sicuramente anche nella sua confessione religiosa: prima cattolico, dopodiché ortodosso. Come mai questo cambio?

Il motivo sostanziale di questo cambio è stato l’allontanamento che ho subito dalla Chiesa cattolica, in quanto, secondo loro, non potevo ricoprire la carica di diacono essendo stato membro della massoneria tempo prima. Allora decisi, dopo anni di studi, di subentrare nel ramo ortodosso, che suppongo sia quello più vicino a me.

Oltretutto lei ha avuto un ruolo importante all’interno del contesto politico italiano, essendo stato tra le altre cose anche senatore: com’è cambiata la politica negli ultimi 20 anni?

Prima avevamo un concetto politico basato sulla contrapposizione tra Destra e Sinistra, che pian piano è morta, dando spazio a quella tra globalismo e sovranismo; io sono sovranista, in quanto ritengo che dovremmo avere una maggiore capacità di autodeterminazione.

Quindi riaffermare una nostra identità che va a perdersi?

Sì, sicuramente. Io non sono contro il concetto d’Europa, anzi, noi facciamo parte dell’Europa fino al midollo; ritengo solo che determinate decisioni dovrebbero prendersi possibilmente di più a Roma, in quanto solo noi sappiamo ciò che è realmente giusto per noi. Abbiamo un’identità straordinaria, e dobbiamo preservarla.

Nella sua vita poi ha avuto due persone che le sono state particolarmente vicine, cioè don Gelmini e Francesco Cossiga. Me ne può fare un breve ritratto?

Don Gelmini è stato un uomo di Dio, che ha aiutato moltissimi giovani e che poi, secondo me, ha subito una gigantesca calunnia ed aggressione che non meritava. Cossiga invece è stato un profondo maestro liberale, capace di trasmettere valori che tuttora io stesso seguo.

E che ruolo avrebbero all’interno del contesto politico-sociale odierno?

Posso dire con certezza che ce l’hanno tuttora un ruolo; le opere di don Gelmini ancora oggi hanno un fine ultimo importante, aiutando tantissime persone. Per quanto riguarda Cossiga invece, posso dire che non si può essere europeisti e liberali senza sostanzialmente seguirne il pensiero. D’altronde, come lui stesso diceva: “Voglio morire da cristiano penitente e da liberale impenitente.”.

3 Commenti

  1. Vorrei chiedere all’amico Paracelso se non gli sembra di correre troppo. La Chiesa prima di puntare il dito è misericordia e perdono ha insegnato San Francesco d’Assisi. Ma occorre togliere a tale enunciato la sua punta edulcorata/eculcorabile, quindi violenta, di cui potrebbe essere sospettato, così piazzato. Ci provo. Nonostante la brevità dell’intervista, mi pare invece di potere individuare un “dramma”, messo in campo da Alessandro Meluzzi, aggiungo: generosamente. Tale dramma che riguarda le nostre comunità che si presumono, a torto, integralmente secolarizzate. Siamo in presenza di un analfabetismo in campo religioso che sfiora il fenomeno di massa, ed è una grave colpa quella di essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. Ciò riguarda sia la famiglia che la scuola. Meluzzi sembra avere sopperito a tale grave lacuna del nostro paese, come dell’Europa tutta, attraverso la propria personale esperienza nel campo degli studi e quindi nel campo della relazione con i maestri (un aspetto irriverente, accompagnato da un animo ribelle e anticonvenzionale che lo ha portato a scrivere, con Don Pierino Gelmini, un libro tanto coraggioso quanto problematico, che non è riuscito a fare a meno di poggiarsi sugli standard contemporanei della Developmental psychopathology internazionale su cui è stato costruito il DSMV). Questa mancanza di fiato però, questo non aver potuto far respirare a due polmoni – oriente occidente, cattolicesimo ortodossia – la propria esperienza confessionale, non è stata compensata. La dimensione confessionale, aggiungerò allora, qui deve valere anche per i non credenti. Non so quanto se ne renda conto Meluzzi, e non so se sarebbe d’accordo con me nel dire che la Chiesa, cattolica od ortodossa che sia, deve sopportare una riforma interna, per un nuovo dialogo con i non credenti (e questo dovrebbe valere anche per la clinica medica, l’OMS e il nostro Ministero della Sanità: clinica sospetta di seguire più le esigenze delle industrie farmaceutiche che di fare realmente scienza e assistenza). Comunque l’esperienza che Meluzzi racconta nella prima parte dell’intervista è stata quella del rifiuto da parte della Chiesa cattolica del suo desiderio di diventare diacono, poiché quella non gli ha perdonato un certo suo passato (massoneria). La Chiesa prima di puntare il dito è misericordia e perdono ha insegnato San Francesco d’Assisi. Ecco la frase metodologicamente auto-incriminata. Oggi papa Francesco dà scandalo perché ricalca le orme del poverello d’Assisi proprio su questo punto. Un elemento che Meluzzi oggi dovrebbe considerare, e con lui Paracelso. Sono convinto che in cuor suo lo faccia, ma deve ora continuare a farlo anche nelle azioni (ciò vale per chiunque altro a cominciare dallo scrivente). Se il Dio dei cristiani “caritas est”, allora questa carità cristiana deve venire prima del giudizio, deve porre il giudizio sotto di sé. Il progressismo ingenuo dei primi anni post-conciliari non ha contribuito a tale consapevolezza, anzi, ha superfetato la neognosi contemporanea, che oggi deve essere bersaglio comune sia di credenti che di non credenti, mentre è un grande bacino di utenza proprio dell’industria farmaceutica (basti pensare al business dei farmaci anti-tristezza, chiamiamoli così visto che stiamo parlando del cristianesimo e del suo tono fondamentale: la gioia). «L’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura dell’uomo. Tale crescita, però, è anche un effetto della presenza nel mondo del cristianesimo, che sempre di nuovo risveglia e rende efficace questo imperativo, spesso profondamente oscurato nel corso della storia» ha scritto Benedetto XVI nel § 31 di Deus caritas est, così continuando: «La riforma del paganesimo, tentata dall’imperatore Giuliano l’Apostata, è solo un esempio iniziale di una simile efficacia. In questo senso la forza del cristianesimo si espande ben oltre le frontiere della fede cristiana. È perciò molto importante che l’attività caritativa della Chiesa mantenga tutto il suo splendore e non si dissolva nella comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante», altra tentazione del progressismo presente in dosi anche massicce nel mondo cattolico (e in qualche misura anche nel mondo religioso ortodosso – certamente in quella grossa fetta dell’universo psicoterapeutico oggi vincente col paradigma euro-statunitense). «Secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano – continuava nel 2005 il papa -, la carità cristiana è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione […] ecc.», e ciò deve accadere prima di ogni giudizio determinante, sia esso economicista, sia esso di tipo più squisitamente rivolto alla morale o alla sicurezza pubblica. In un articolo del 2009 pubblicato in un giornale politico, articolavo alcuni testi di Joseph Ratzinger degli anni Sessanta e Settanta tesi a dare una certa lettura della seconda enciclica sulla carità cristiana che vale la pena qui riprendere:

    «Caritas in Veritate non è un’ideologia dell’adattamento. Fede come conversione-metanoia del 1975, tuonava contro una certa teologia della liberazione: “Quel progressismo troppo ingenuo dei primi anni post-conciliari – scriveva Ratzinger -, che si slanciava allegramente nella solidarietà con tutto ciò che era moderno”, e che si sforzava di “mostrare la compatibilità del cristianesimo con ogni realtà moderna e di provare il lealismo dei cristiani verso le tendenze della vita attuale […] è ora sospettato di essere una apoteosi della borghesia del capitalismo tardivo, a cui esso conferisce un fulgore religioso, invece di distruggerla con una critica impietosa”: “un cristianesimo, che crede suo dovere di restare sempre molto piamente all’altezza del tempo, non ha niente da dire”, “può ritirarsi tranquillamente”. (Morcel. 2005, 46-7). Ora l’enciclica: “La società non deve proteggersi dal mercato come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani”: quanto la Chiesa ha sempre sostenuto “oggi è richiesto anche dalle dinamiche caratteristiche della globalizzazione” (LEV, 57, 61, c.n.)» (M. Bianchi, Globalizzazione, secolarizzazione, metanoia. Alcune riflessioni sull’enciclica ‘Caritas in Veritate’, Orizzonti Nuovi, ott., 17).

    E nondimeno lo sviluppo del mercato non può essere integralmente libero. Questa assoluta libertà è in rapporto agli affetti tristi, comune bersaglio polemico sia del credente come dell’ateo, fonte di arricchimento di una certa industria sospetta di costruire il bisogno di liberazione veloce dagli affetti tristi e irragionevoli attraverso la superfetazione violenta dell’offerta della pillola magica & Co. Si tratta quasi di un colpo di scena, poiché molta teologia oggi teme – continuavo citando anche Thomas Menemparampil, arcivescovo di Guwahati (India) – «di giungere ad una “società totalmente secolarizzata, costruita sull’esasperata affermazione del libero e razionale”. Ma è davvero compatibile l’idea di una società totalmente secolarizzata con i contenuti della lettera papale? Le ‘Lezioni sul simbolo apostolico’ tenute da Ratzinger nel 1967-68 sostenevano che se il credente può realizzare la sua fede, vincendo la tentazione scettica che sempre lo assedia, “nemmeno l’incredulo va immaginato […] assolutamente privo di fede […] il credente non vive euforicamente e senza problemi, ma è invece minacciato dal rischio di precipitare nel nulla, così rileveremo adesso il mutuo intrecciarsi dei destini umani, giungendo a dover ammettere che nemmeno l’incredulo conduce un’esistenza compatta e perfettamente chiusa in se stessa” (Quer., 1969, 16). È solo in questo chiasmo tra l’ateo e il credente, attraversato dal problema del male insegnava Paolo, che è posta la questione del destino. Non c’è alcuna garanzia per il credente di continuare a credere, e il tarlo del dubbio sempre può colpire chi si dice ateo» (Ib.).

    Ora questa solidarietà tra l’ateo e il credente si fonda proprio su una esperienza non euforica, interpretabile come “triste”. Tale non-euforia, sia di chi dice di credere, sia di chi dice di non credere, è oggetto di possibile indagine clinica e indicazione terapeutica, psicoterapeutica e/o farmacologica, che mira a distruggere proprio quel “dire”. Essa è perseguita (perseguitata), a fin di bene ovviamente. Ma quella non-euforia è l’ultimo baluardo contro la neognosi contemporanea, cioè contro quello status esistenziale che sembra non offrire una buona resistenza alla odierna logica del pharmakon (l’attuale logica del Bene Psicoterapeutico). Si tratta, in ciò che osservava Ratzinger, di una zona-soglia tra due forme abissalmente distanti di Bene e di promessa di Felicità. L’una ha un Uno incarnato (un bambino riscaldato da un bue e un asinello). L’altra ha un Uno disincarnato (l’organizzazione razionalistica, la macchina mondiale del freddo, e la si chiami come si vuole va sempre bene). Mi fermo qui. Spero di avere contribuito a legare insieme la prima parte dell’intervista a Meluzzi – più legata ad un piano biografico – alla seconda parte – dove è in gioco una prospettiva politica importante, dove l’elemento europeista deve però secondo me essere strettamente pensato nel suo radicamento cristiano (e ciò sia detto in senso non confessionale stavolta). Dice l’ex senatore Meluzzi: «Prima avevamo un concetto politico basato sulla contrapposizione tra Destra e Sinistra, che pian piano è morta, dando spazio a quella tra globalismo e sovranismo; io sono sovranista, in quanto ritengo che dovremmo avere una maggiore capacità di autodeterminazione […]. Io non sono contro il concetto d’Europa, anzi, noi facciamo parte dell’Europa fino al midollo; ritengo solo che determinate decisioni dovrebbero prendersi possibilmente di più a Roma, in quanto solo noi sappiamo ciò che è realmente giusto per noi. Abbiamo un’identità straordinaria, e dobbiamo preservarla». Ecco, pensare questa identità è il problema vero – cioè non darla come qualcosa di scontato -, ed è per questo che il nesso politica-cristianesimo è proprio l’oggetto sul quale è più urgente riflettere oggi.

  2. Preferisci coloro che restano inchiodati nelle loro idea dalla nascita alla morte? La vita è fatta di esperienze, dalle quali possiamo attingere insegnamento e nuovi punti di vista, il trascor Da giovanerere degli anni smussa ed ammorbidisce angoli e spigoli delle nostre convinzioni e ciò che ci appare nero profondo o bianco immacolato in gioventù può diventare un unico colore con differenti sfumature. La rigidità dell’atteggiamento mentale non è necessariamente sintomo di lodevole coerenza. E di intelligenza.
    Da fiovane aborrivo gli spinaci. Specialmente se saltati in padella con poco burro. Oggi, con una intera vita dietro di me, senza alcun apparente motivo, li considero un piatto squisito.

  3. Belli questi sentieri tortuosi della mente che dimostrano una certa “coerenza” intellettuale.

    Prima comunista, poi di Forza Italia, cambia per andare all’UDR, poi Lista Dini-Rinnovamento italiano, poi passa ai Verdi, per avvicinarsi infine all’UDEUR…

    Adesso dice che è sovranità ma prima era un esponente del Rito Di York del Grande Oriente d’Italia la cui è base culturale è nettamente contraria al sovranismo, essendo la Massoneria universale. Non pago della scomunica della Chiesa cattolica ai massoni, diventa paladino del cattolicesimo e poi di quella ortodosso…

    L’unica battuta che calza a pennello per questo caso è “Roba da matti”…

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