L’uomo pubblico deve esibire capacità politiche, non il suo titolo di studio

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L’altro giorno è sorta un’aspra polemica perché il senatore Mario Pittoni, pur possedendo solo il diploma di terza media, è capo della Commissione Istruzione di Palazzo Madama.

Voglio prendere le sue difese.

Leonardo da Vinci non era laureato, Nietzsche non era laureato, Thomas Mann non aveva neanche completato il ginnasio, Salvatore Quasimodo era ragioniere, Eugenio Montale, Premio Nobel per la Letteratura, aveva solo il diploma e Guglielmo Marconi pure non era laureato.

Chi non ha potuto fare studi regolari e comunque con dedizione si dedica alla vita e al bene pubblico merita per questo ancora più stima.

Se il Paese dovesse essere rappresentato e guidato solo dai laureati, ci troveremmo di fronte ad una aristocrazia, non a una democrazia parlamentare.

Pittoni ha affermato, in sua difesa che “Quello che c’è da sapere non si impara sui polverosi libri”. E, di suo, ragione. Non è assolutamente detto che una formazione umana, intellettuale e morale debba passare attraverso gli esami universitari.

Spesso l’intuito genuino viene condizionato da un percorso accademico che imbriglia e condiziona l’intelligenza. I giovani laureati, è opportuno ricordarlo, sovente sono mossi da traguardi di uscire in fretta dall’università per ambire a progetti economici e appendere un quadro votivo di una laurea con capacità ormai sterili e incapaci di partorire e concepire idee umanamente e universalmente grandiose. Idee capaci di trascinare gli uomini verso l’elevazione e superare sé stessi.

A maggior ragione, nell’uomo pubblico, più che la competenza, tecnica e priva di vita, è richiesto il contatto umano, l’esperienza nella vita vera e le relazioni con il popolo che deve rappresentare.

Come avrebbe detto Arthur Schopenhauer nei Parerga und Paralipomena: “Io ho cercato la Verità, non un posto di professore”.