Giuseppe Marinelli, quando la pittura è pelle di serpente

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courtesy Giuseppe Marinelli
Giuseppe Marinelli Carduelis carduelis (@giuseppe.marinelli.90) Foto e video di Instagram

Nella produzione d’arte di Giuseppe Marinelli (Castellana Grotte, Bari, 1990) la pittura si fonde e con-fonde in collage di pelli di animali esotici: in un contesto culturale in cui sempre più spesso è la pelle umana a farsi superficie su cui si sviluppano i tatuaggi, con Marinelli la pittura si ri-declina nella originale accezione del termine “arte”, l’etimo greco di “techne”, cioè “saper fare”. 

Oltre a mirabili olii su tela e su tavola (l’artista è giovane ma promette bene, è cresciuto nell’Accademia di Belle Arti di Bari) che riflettono molto bene un saper essere fedele al presente alla luce dei Maestri, l’eccezione culturale nella produzione di Marinelli è data proprio dalle sue caratteristiche opere fatte di muta di serpente e olio su tavola.

Avete letto bene: muta di serpente. L’Ouroboros, la creatura che sta a indicare l’infinito, l’eterno ritorno dell’uguale, è nello stesso tempo il circolo della rappresentazione nell’arte di Marinelli: La pelle nomade della pittura si intitola una sua recente personale (maggio 2018) presso Vernice Arte a Bari e mai titolo fu più appropriato per una mostra: esiste un’alfa e un’omega pur nell’eterno ritorno dell’eguale e noi dobbiamo badare a non oltrepassare questa soglia circolare, rappresentata dallo stesso Ouroboros, confine di salvezza rispetto all’orlo dell’abisso: vita e morte, bene e male, positivo e negativo, luce e ombra, sole e luna, noi stessi siamo fatti di opposti, noi stessi “siamo” il serpente.

Giuseppe Marinelli (@giuseppe.marinelli.90) Foto e video di Instagram

E se vogliamo parlare del presente e del vivente sempre in bilico sull’eventualità dello scacco, se dobbiamo parlare di vita e di morte nel linguaggio simbolico per eccellenza che è quello dell’arte, quale supporto migliore della pelle?

Leggiamo nel testo redatto da Santa Fizzarotti Selvaggi in occasione della mostra: «I regni vegetale e animale si incontrano sulla Madre Terra riconoscendo l’unica origine […]. Tutto vive. Empedocle, infatti, afferma che “ogni cosa ha la sua parte e di respiro e di odori”».

Il mondo degli animali è la fonte cui Marinelli attinge per la sua produzione d’arte: «il cardellino, la gazza, la ghiandaia, prosegue Santa Fizzarotti Selvaggi, il barbagianni, il pappagallo, il rospo, animano le tele di Marinelli che a noi tutti ricordano il passato infinito del mondo che scivola verso il postumano […] senza memoria e senza identità, mentre invitano a sentire il respiro del presente».

Perché in fin del conto l’arte è (anche) questo, fedeltà al presente con sguardo anticipatore senza però scordare il passato. Un circolo, l’Ouroboros dell’arte – e della pittura.