Giovanni Lindo Ferretti e la sua “bella gente d’Appennino”

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Era il 1998 quando usciva “La terra, la guerra, una questione privata”, registrazione di un concerto speciale dei C.S.I. in omaggio a Beppe Fenoglio trasposta in un disco difficile e doloroso ma proprio per questo tremendamente affascinante. Non potevamo sapere, all’epoca, che quella sarebbe stata l’ultima pubblicazione prima dello scioglimento del gruppo, così come non avremmo potuto immaginare che esattamente vent’anni dopo Giovanni Lindo Ferretti avrebbe pubblicato da solista un album intitolato “Bella gente d’Appennino: di madri e di famiglie” che con quel disco avrebbe avuto parecchi punti di contatto: anche questa volta si tratta di un disco live; anche questa volta si fotografa una serata particolare con uno spettacolo in cui Ferretti rende omaggio direttamente alle proprie radici e ai propri affetti; anche questa volta si viaggia fra musica e letteratura, con le canzoni del repertorio storico dell’ex voce dei CCCP rilette con arrangiamenti scarni e ammalianti; anche questa volta la pubblicazione arriva in un momento delicato del percorso dell’artista, che ha da poco concluso la meravigliosa esperienza del teatro barbarico in cui tante energie e tanto cuore sembrava avere investito negli ultimi anni; ma soprattutto anche questa volta tutto parte dalla terra per finire col tradursi in una questione dannatamente privata.

Non ci sono sorprese in “Bella gente d’Appennino”: gli aneddoti raccontati nelle letture sono frammenti di una storia personale che Ferretti, fra libri e spettacoli, ha raccontato ormai più volte (inclusa la profezia del vecchio prete alla madre di un Giovanni Lindo ancora bambino: “male che vada ne faremo un cantante”) e anche gli arrangiamenti dei brani, fatti di organetto, violino, chitarra, suoni dal sapore antico e qualche incursione di batteria elettronica, non si discostano molto dall’approccio musicale usato all’interno del teatro barbarico o negli spettacoli più intimi che Ferretti ha portato in scena negli ultimi anni.

Eppure il risultato finale finisce col rapire l’ascoltatore e farsi assorbire tutto in un fiato per il fascino senza tempo che sprigionano le canzoni, per il carisma di Giovanni Lindo che arriva dritto al cuore anche nelle piccole imperfezioni come i momenti in cui la lettura incespica per l’emozione, ma soprattutto per quel sapore di chiusura di un cerchio e di testimonianza necessaria e urgente del capitolo più intimo di un percorso umano e artistico unico nel panorama della musica italiana. Un lavoro privatissimo eppure universale, fatto di parole profonde e ricordi d’infanzia che, riletti attraverso lo sguardo chirurgico di Ferretti sul mondo e sullo scorrere del tempo, sembrano diventare la metafora dello sgretolamento di un’epoca e di una civiltà che vanno ben oltre il dopoguerra e gli Appennini tanto cari a un autore che si conferma ancora una volta una mente preziosa, lucidissima e più che mai necessaria.