Da Dylan Dog a Dario Argento il “maestro delle ombre” Corrado Roi

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Corrado Roi, il maestro delle ombre, disegnatore di Dylan Dog, ora in uscita con un numero speciale da lui disegnato e sceneggiato da Dario Argento e creatore del suo personaggio Ut [miniserie a fumetti di Corrado Roi uscita il 25 marzo 2016 in sei numeri, n.d.r.]: suona anche la chitarra e ha una sala d’incisione, ma dice che non vorrebbe prendere un euro dalla musica, perché è una di quelle cose che deve rimanere pura, di una purezza quasi infantile. «Il disegno l’ho messo sull’altare e è diventato un lavoro».

Com’è stato collaborare con Dario Argento?

In realtà io non ho avuto contatti diretti con lui, ma ho lavorato sulla sua sceneggiatura. Questo albo è un Dylan Dog da tutti i punti di vista, non siamo usciti dagli schemi, non ho avuto problemi. Non so quanto abbiano filtrato la sceneggiatura Argento e Stefano Piani, perciò non ho avuto nessun problema.

Che cos’ha dato in più a Dylan Dog il contributo di Dario Argento?

Questo lo devono dire i lettori, non io: io sono parte in causa!

Torniamo a te: perché i fumetti?

Perché ti danno spazio per disegnare molto più di qualunque altra attività che riguarda il disegno. Con i quadri e le illustrazioni c’è molta elaborazione dell’immagine, ma il disegno è uno. Poi sai, son passati talmente tanti anni, praticamente quarantaquattro, e si vive anche un po’ di abitudine. Bisogna sempre considerare che più o meno sono cinque, sei vignette per tavola e sono novantaquattro pagine, perciò è sempre molto difficile stabilire quali sono le proporzioni e capire quello che ti è piaciuto fare, quello che ti ha dato fastidio o ti ha annoiato, però comunque la nostra attività è essere a disposizione di chi legge.

Avresti potuto fare altro nella vita?

Non me lo sono mai chiesto e continuo a non chiedermelo. Questo è un lavoro faticoso, anche se chi è allenato lo fa senza fatica. Ha dei grandi vantaggi e svantaggi. Io non ho orari di ufficio, mi sveglio quando voglio, lavoro sempre, perché poi il lavoro è là in casa che ti guarda e alla fine lo fai e per me non ci sono né sabato né domenica. Il mondo dei fumetti è ancora uno strato che funziona se dobbiamo fare paragoni per esempio con la musica. Il fumetto non ha avuto erosioni violente, perché c’è un atteggiamento che non lega soltanto alla storia ma al personaggio, che è un elemento forte, simbolico. Chi entra in empatia con un personaggio lo segue. Poi le storie possono venire bene o male, ma non sono dei prodotti, sono autoriali. Sono molte le persone che collaborano per il disegno e la storia e logicamente il filtro artistico è da parte del curatore e della casa editrice, ma siamo un equipe. Se qualcuno scrive male il lettering, anche il lettering ha le sue responsabilità e così il disegnatore.

Un fatto strano, incredibile e indicibile che ti è accaduto nella tua carriera prima che diventassi famoso e che non hai mai detto a nessuno…

Hai fatto una premessa che mi mette nelle condizioni di non poterlo dire! Ne son successe tante… io seguo sempre un iter, che è quello del fumetto bonelliano: al di là di Dylan Dog, scorrendo le pagine noi capiamo quello che succede senza bisogno di sceneggiatura. La leggibilità esce dal contesto scritto, ma questa cosa non vale per tutti. Anche gli sceneggiatori dovrebbero essere capaci di leggere per immagini.

Tantissimi anni fa avevo a che fare con un curatore di testata che tutte le volte mi diceva: «A me non scappa nulla». Un giorno, siccome dovevo disegnare un personaggio con le dita incrociate dietro la nuca mi sono detto: ora voglio vedere se scopre che ho disegnato due mani destre! E’ stato anche difficile, perché esiste una percezione simmetrica dei movimenti, ma alla fine l’ho fatto e hanno mandato in stampa il disegno con le due mani destre. Poi sono andato dal curatore e gli ho detto: «Non ti scappa proprio niente…». Era uno che mi rompeva sempre l’anima perché disegnavo troppe tette, troppi culetti e mi obbligava a ridurre i seni di una taglia. Questa è una di quelle che posso raccontare, le altre sono anche buffe, però poi c’è il rischio di svelare di chi sto parlando.

Cosa legge Corrado Roi quando non disegna? E che film gli piacciono?

Quando disegno non guardo nessun film. Se non ascolto musica ascolto la TV, usandola come radio. In questo momento sono in giuria a Lucca e ho una quantità enorme di fumetti da leggere, perciò mi prendi in un momento in cui non posso leggere, devo leggere. Ho sempre letto molto. Poi c’è il tempo dell’assimilazione, ci si deve fermare e ci deve essere quello della produzione. L’accumulo tecnico culturale bisogna farlo, bisogna stare attenti all’innovazione ma nello stesso tempo… diciamo che non mi piace suonare le cover, se devo suonare allora scrivo qualcosa di nuovo.

Chi è Dylan Dog? Secondo te morirà mai?

Me lo chiedono, ma non me lo sono mai chiesto e forse non mi interessa neanche. E’ uno normale, mi ricorda un pochino alcuni atteggiamenti di Ken Parker. Ogni tanto rimango perplesso quando dopo trecento numeri Dylan Dog si stupisce d’incontrare situazioni impossibili. E’ un collezionista di fanciulle, praticamente come la quarta di copertina di Diabolik, dove c’è la collezione di delinquenti: lui, invece, colleziona fanciulle.

Ha il suo mondo, le sue amicizie, è uno normale, cui però capitano cose abbastanza strane. Ti dirò che sotto certi punti di vista mi aveva affascinato di più l’embrione di Dylan Dog, Dellamorte Dellamore, perché l’avevo trovato più caratterizzato, più forte, ma chiaramente non si può portare avanti un personaggio come quello Dellamorte Dellamore per trecento numeri, sarebbe acrobatico.

E Ut, cosa rappresenta per te? È diverso quando il personaggio è una tua creatura? Gli vuoi “più bene”?

Ut è un iconoclasta, è uno per cui non esiste bene e male. Quando si scrive una storia di questo tipo, esistono delle difficoltà, perché le nostre abitudini ci portano a cercare delle scale di valori all’interno dei personaggi. In Ut non ci sono, in Ut la figura che sembra negativa, quella di Caligari, è quella che poi vuole continuare la vita.

Ut alla fine dell’ultimo episodio prende la sua roncola e dice: “Vado a riprendermi il gatto”, ma ovviamente in realtà è uno scontro con le sue origini, con la madre, con Dio, con quello che volete, con quei valori primari che riteniamo opportuni. E Ut non si fa problemi, si scontra con le sue origini, questo è Ut. Certamente, è stato destabilizzante e un po’ irritante per i lettori abituati all’avventura pura, non certo per quelli abituati a cose diverse. Ut è un personaggio che mi diverte. Con Paola Barbato abbiamo scritto anche altre storie, e vedremo se ci saranno le opportunità e le condizioni per pubblicarle.

Non devo voler bene a Ut, perciò mi diverte. Non amo i personaggi che gestiscono e risolvono tutto, li trovo poco interessanti, perché il più delle volte non hanno ironia. Se uno è un interventista e risolve le cose va bene per il genere umano e anche per i fumetti, per carità, ma dopo un po’ mi rompe il cazzo.

Infatti, difficilmente sopporto i fumetti che leggevo tanti anni fa, i supereroi, ne escono sempre dei pigiamini demagogici.

Trovo noiosi anche molti film recenti, molte serie su Netflix, perché dopo alcune sequenze mi rimandano a quello che ho già fatto o che dovrò fare. Mi viene la nausea psicologica, perché le trovo tutte uguali, dei polpettoni. E dopo un po’ che le guardo e mi rompo sono contento, perché mi dico che non sono messo male.

Sei considerato il maestro delle ombre, ma con il tuo lato d’ombra che rapporto hai? Lo conosci, ci vai d’accordo?

Perché ci vedo poco!  Io non sono per niente ombroso, non ho mai vissuto percezioni negative. Nella mia esuberanza ho raggiunto un certo equilibrio fin da ragazzo. Non sono proprio psicologicamente piatto, ma attento alla valutazione di quello che penso. Bisogna essere curiosi, se non si è curiosi ci si può fare anche del male. L’equilibrio delle persone sta nel sapersi porre alcune domande cui poi trovare possibili risposte. Farsi delle domande cui non puoi o non sai dare risposta e crearsi delle zone d’ombra vuol dire aver scelto la domanda sbagliata. Non è solo questione d’introspezione o di analisi, perché puoi farti delle domande su te stesso, ma poi molto dipende da quello che accade fuori da te, nel rapporto con le persone, gli oggetti, i valori. Spesso ci si pongono delle domande nei momenti sbagliati e poi non si è in grado di dare una giusta collocazione, una giusta lettura.

Io faccio questo lavoro da tanti anni e lo faccio ancora perché non ho l’ambizione di fare quello che piace a me, io ribalto la scena. E’ l’empatia di chi acquista le cose che faccio che è il risultato. Quando sei a contatto con i lettori, non hai l’obbligo di dargli ragione intellettualmente, però devi avere quella riconoscenza che gli è dovuta. Il mio lavoro non deve appassionare me per forza, bisogna fare le cose bene e non ripetersi. Se avessimo dei lettori fortemente critici a livello intellettuale, i fumetti sparirebbero, perché noi saremmo esauriti e loro non saprebbero più cosa leggere o guardare!

Non si può accontentare tutti.

No, infatti. Ci sono quelli che a volte criticano con affermazioni insensate, credendo di sapere delle cose, ma allora aprivamo il ristorante che fa consegne a domicilio e i clienti avrebbero potuto lamentarsi del poco sale o aglio, ma così non siamo, siamo ancora una casa editrice.

L’arte non è un servizio.

In parte hai ragione, però i meccanismi consolidati ti dicono che l’arte, che io considero sinonimo di libertà, scende, scende perché esiste la maniera.

L’arte con il compromesso, chiamiamola così.

Il compromesso è un atto nobile che bisogna saper gestire. Quello che stai facendo tu in un certo senso lo è.