Enzo Gragnaniello: “Quel rapporto speciale con Mia Martini”

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Enzo Gragnaniello si racconta a OFF in occasione del suo nuovo tour che quest’estate lo porta in giro per l’Italia. Artista fuori tempo perché del tempo gli interessa l’assoluto, l’eterno, ciò che rimane nel profondo. La vena della vita che pulsa e stravolge le viscere. Un artista che è passato attraverso diverse sperimentazioni musicali senza dimenticare la tradizione e la sua origine. Una biografia che si mescola al territorio in un impasto sonoro unico. Primordiale e cristallino allo stesso tempo.

Che cosa rimane oggi della tradizione della musica napoletana?

La canzone napoletana non è un genere. E’ innanzi tutto istinto, parte dagli umori. È come un pranzo napoletano: è questione di gusto, di sensazione. Attraverso gli umori devi scoprire l’anima. Non morirà mai questa radice pulsante della musica perché ci saranno sempre persone “di margine” che sapranno farla vibrare.  

I cantanti moderni, anche i più giovani, sono spesso lontani dalla musica napoletana. Non basta usare la lingua napoletana. È questione di umori.

La tradizione napoletana è quasi primitiva, primordiale. Mescola sacralità e sciamanesimo. Ricordiamoci che la musica napoletana una volta serviva per curare i malati e i nostri cantori erano stregoni. Questa è la tradizione. Tutto il resto è di passaggio.

Come nasce il testo della sua musica?

Come nasce non lo so. Parto dall’invisibile, da quello che sento. Cerco di creare dei simboli e di parlare alle viscere. La razionalità mi serve solo per perfezionare il linguaggio. Io non sono andato a scuola, la mia maestra è stata la chitarra. Sono nato per questo, per esprimere emozione. Per questo la mia musica non tratta l’attualità in senso stretto perché a me interessa l’essenziale dell’uomo, ciò che affonda dentro. La cronaca, la contemporaneità, sono momentanee. Io cerco una voce che risuoni a lungo.

Come quella di Mia Martini. Per lei 35 anni fa scrisse Donna, canzone in realtà più che mai attuale.

Si. Lei era un’artista che sapeva rappresentare le mie viscere. Quando l’ho incontrata era in un momento buio della sua carriera. L’ho ascoltata cantare e ho scritto di getto, ho messo in parole il suo dolore. Mia Martini si immergeva nel male e nel bene. Era sempre totale. La sua voce era una radiografia, riusciva a mettere a nudo, a sviscerare la vita, la luce e il buio più profondo. Era come una meravigliosa malattia invisibile. Per pochi.

Le manca?

Moltissimo. Nessun artista esiste oggi a quel livello; forse sono io che non li conosco. Perché quelli come lei devi andare a cercarli, come un cane da tartufo.

I suoi nuovi progetti musicali? Ci dà qualche anticipazione?

Interessante il progetto musicale che ho fatto con i Solis String Quartet, In viaggio coi Poeti. La mia voce e la forza degli archi insieme per richiamare alla memoria la più alta tradizione musicale. Da Piazzola a Brel e Cohen.

A breve uscirà il nuovo disco. Sono tanti frammenti che parlano della nostra vita, non della società. Io vorrei la dimensione dell’uomo che non c’è. E così cerco di evocarla nella musica. Come sfida culturale. Con uno sguardo che va oltre.

Il titolo?

Bisogna ascoltare l’insieme completo dei frammenti. Poi verrà da solo. La mia musica è come Napoli. Per vederla devi chiudere gli occhi.