Cristina Zambonini, mordere la vita coi denti e col cuore

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Cristina Zambonini, 32 anni, ha sconfitto un tumore ed è sopravvissuta a due trapianti di cuore. Non contenta, ha scalato il Monte Rosa, si è laureata in design al Politecnico e non ha rinunciato neppure a un semestre all’estero, a Singapore.

Poter parlare con Cristina Zambonini è un vero e proprio dono poiché lei di energia vitale ne ha da vendere avendo superato con le unghie e con i denti, a trentadue anni, ben due trapianti di cuore.

Cristina, com’è nata la tua nuova vita dopo l’intervento?

Non è la fase più difficile che corrisponde a prendere coscienza della malattia e accettarla, ma sicuramente la più delicata. Ritornare alla quotidianità non è affatto semplice ed è un momento più lungo di quanto si immagini. Entra in campo un processo di guarigione più mentale che fisica – quest’ultima, nel mio caso, è stata ancora più veloce in proporzione a ciò che ho avuto. Per quanto mi riguarda un supporto fondamentale è stato il rientro a lavoro, riprendendo i ritmi normali. La fatica si avverte tanto più nel corso del primo anno; per quanto mi adoperi in moltissime cose, sono sempre un po’ ai limiti della mia stanchezza. La prima volta mi ero concessa più tempo essendo in una fase diversa della mia esistenza.

Innegabilmente l’altro aiuto arriva nel riallacciare i legami privati per quanto non sia agevole pure in quel campo, non sono loro a essere cambiati, ma sei tu. Bisogna affrontare senz’altro un percorso di riequilibrio e riadattamento.

Quale valore ha avuto per te tornare a vivere due volte? C’è stata una differenza?

Sicuramente l’ho vissuta come la seconda possibilità. Se già la prima volta sia io che chi mi era accanto l’abbiamo vissuta come un miracolo, questa volta significava sperare nell’impossibile. Mi ha stimolata nel mantenere una promessa che avevo fatto undici anni prima: semmai avessi rivissuto il trapianto e fossi sopravvissuta, avrei realizzato qualcosa per gli altri. Mi sono interrogata su come poterlo fare e una mano è arrivata dagli input di chi mi chiedeva di testimoniare ciò che avevo vissuto. Il passo successivo è consistito nel creare l’associazione Cuori 3.0 – era già nel mio cuore da tempo. Nutro anche il progetto più introspettivo di scrivere un libro.

Come si fa a non chiudersi in se stessi?

Forse avendolo già provato è stato più facile. La malattia è fatta da aspetti diversi e col tempo ho scoperto che parlare e condividerla era di grande aiuto per cui anche se non sempre si ha voglia di mettersi in gioco, in parte lo fai per te, ma anche perché “hai preso un impegno” perciò ormai è un dovere nell’accezione positiva del termine.

Esiste un incontro, anche durante le testimonianze rilasciate davanti ai ragazzi, che ti ha colpito particolarmente?

Ce ne sarebbero tanti, dico sempre che la malattia mi ha regalato persone meravigliose. L’incontro più forte è quello con la bambina ricoverata con me di tre/quattro anni, è stata la mia fonte di resistenza ogni volta in cui pensavo: non riesco a sopportare questa tortura. Lei era sempre sorridente, non faceva mai capricci nonostante tutto perciò è stata un insegnamento di vita inestimabile, oltre a essersi creato un legame affettivo inspiegabile.

Quali sono le tue prospettive future?

Mi preme portare avanti l’associazione, che richiede molto tempo, energie e a cui si dedicano anche tanti altri. Il progetto imminente consiste nell’organizzare una sorta di festa per incontrarci con altri ragazzi trapiantati e famiglie per condividere l’esperienza essendo molto terapeutico farlo.

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