“Nate per vincere e regnar”: il “femminista” Gioacchino Rossini

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Bei tempi quelli non contaminati dal femminismo 2.0. Bei tempi anche per l’arte, soprattutto perché, avulsa dall’ideologia, favoriva un sano femminismo, la vera esaltazione della donna.

Prendiamo il caso di Gioachino Rossini. In vita era uno spregiudicato dongiovanni, uno sciupafemmine totalmente anaffettivo. Ci sono testimonianze di sue spasimanti che, a Parigi, lo supplicavano per essere – diciamo così – “ricevute”. Eppure, direbbe la logica del #MeToo, un tale macho sarà stato senza dubbio discriminatorio contro la figura femminile nelle sue opere, l’avrà resa sottomessa e vittima dello spietato maschio-alpha.

Per rispondere, basterà, ora, leggere questo fantastico libro di Roberta Pedrotti: Le donne di Gioachino Rossini (Odoya, pagg. 414, euro 22), appena uscito in occasione del 150° anniversario della morte del compositore pesarese, nel quale vengono analizzate tutte le figure femminili del catalogo operistico rossiniano.

Ebbene – udite udite – il programma “femminista” di Rossini è racchiuso in quel verso posto mirabilmente a sottotitolo del volume: «Nate per vincere e regnar». Lungi dalle pallide figure sacrificali care alla librettistica ottocentesca (Violetta, Mimì, Cio Cio San, per fare qualche esempio), il compositore pesarese caratterizzò le sue eroine per forza e risolutezza.

Nell’impossibilità di rendere conto della totalità del mondo rossiniano rosa – cosa che, però, fa sommamente bene l’autrice – si prenda qualche esempio.

Già nelle farse giovanili possiamo trovare la ribelle Fanny (La cambiale di matrimonio), la scaltra Giulia (La scala di seta),la determinata Berenice (L’occasione fa il ladro), la lucida Isabella (L’inganno felice). E ancora, proseguendo, spicca Clarice (La pietra del paragone), «donna innamorata che carpisce segnali incoraggianti da controparte in apparenza indifferente» o Isabella de L’italiana in Algeri che «è tutta azione».

Nel celeberrimo Barbiere di Siviglia come non notare la “vipera” Rosina, donna dall’«arguzia nell’assecondare le trame di Figaro e, soprattutto, Almaviva, non senza qualche avventatezza»: «Il suo potere propulsivo consiste tutto nella musica. La sua autorevolezza, la sua volontà si esprime nella scrittura rossiniana». E se una donna muore, come Desdemona, muore da vincitrice, «dopo aver sfidato l’insensata gelosia di Otello, averne denunciato, senza più abbassarsi  a supplicare, una  credulità che le ah tolto tutta la fiducia negli affetti da cui è stata via via tradita».

Infine, Roberta Pedrotti, nell’ultima parte del libro, dedica ampio spazio al cuore del “femminismo” rossiniano, ovvero le donne “Regine e guerriere”: Lisinga del Demetrio e polibio «si dichiara pronta a impugnare le armi e scendere sul campo di battaglia contro il re di Siria che vorrebbe sottrarle l’amato promesso sposo»; Zenobia in Aureliano in Palmira nella quale «la fierezza indomita, la sua risolutezza sul campo della diplomazia come su quello di battaglia si esprime in un canto energico e assertivo, quasi militaresco»; Semiramide, che vive i suoi tormenti «con una fierezza regale, a tratti perfino ferina, con orgoglio indomito»; e infine la rivoluzionaria Mathilde del Guillaume Tell che già il 5 agosto 1829, Le constitutionnel, consigliava a Rossini di «sopprimere» (l’inutile «principessa che diventa repubblicana per amore»).