I #confini danno il senso alla comunità

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Thomas Cole, The Course of Empire: Destruction, 1836, 39 ½ x 63 ½ in, Collection of The New-York Historical Society, 1858 Thomas Cole [Public domain], via Wikimedia Commons
Thomas Cole, The Course of Empire: Destruction, 1836, 39 ½ x 63 ½ in, Collection of The New-York Historical Society, 1858 Thomas Cole [Public domain], via Wikimedia Commons

Per gli antichi romani i #confini erano il Limes: trovarsi al loro interno o al loro esterno significava far parte o meno del mondo civile. Non era solo una questione di way of life, però. I #confini delimitavano lo “spazio sacro”, la Patria benedetta e protetta dagli Dèi: per questo Romolo aveva ucciso suo fratello all’origine dell’Urbe, perché sbeffeggiando i confini, Remo aveva anche sbeffeggiato la Patria e gli Dèi.

Insomma i #confini  sono elemento fondativo per una comunità, in senso anche spirituale.

Conoscerli e rispettarli, per gli antichi, significava anche sapere fin dove spingersi ed eventualmente varcarli consapevolmente, senza cadere nel peccato di ubris, la tracotanza, che inevitabilmente porta alla distruzione di sé stessi.

Ma i #confini non sono solo un limite, sono anche il luogo dell’incontro, il luogo in cui si aprono varchi, porte, spesso ponti verso l’altro da sé: il vantaggio è che la presenza di un confine ben difeso, consente un incontro ordinato e dunque più sicuro, per chi è dentro, come per chi giunge da fuori. E’ per questo che la difesa dei #confini è così consunstanziale al concetto stesso di Stato, di Res Publica solida e ben governata: se non sono sicuri, essa, semplicemente, non esiste più.