“Poesismi cosmoteandrici”, quando la poesia è la leva per spiccare il volo

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Donato Di Poce è poeta folgorante. Nella sua più recente raccolta intitolata Poesismi cosmoteandrici (I Quaderni del Bardo Edizioni, 2018) ritroviamo i suoi lampi di poesia e verità, forieri di “illuminazioni”. Veri e propri attimi senza tempo, quelli che il poeta e artista poliedrico dalle molte sfaccettature (anche la copertina del libro è una sua creazione) sa regalarci con i suoi poesismi – fortunato connubio tra il mondo dell’aforisma e quello della poesia – i quali celebrano la Bellezza in ogni sua forma.

Scrive Gino Ruozzi nella prefazione al libro: “Egli coniuga profondità ed estensione cosmica, cercando di parlare al cuore delle persone e sintonizzarsi col respiro dell’universo. La poesia è la leva che fa ‘spiccare il volo’, che alimenta di sogni e valori la vita”.

Così: Il poeta scrive per continuare a vivere / A volte danza tra le parole / Come un acrobata tra le stelle / E tutti credono che scrive poesie./

Come un equilibrista sempre in bilico, affacciato sulla realtà che osserva con sguardo lucido, il poeta ci rivela il rischio di incontrare la bellezza “cadendo” nelle profondità dell’anima.

Il linguaggio asciutto ed essenziale nulla concede al superfluo, per concentrarsi su di un sentire autentico, fatto di verità e stupore, caratteristiche che da sempre connotano la poetica di Di Poce: Camminiamo tra le rovine del mondo / ma danziamo tra le stelle / come rondini ubriache d’azzurro e di cielo.

Il titolo dell’opera, richiamante il concetto di “cosmoteandrismo” – termine coniato dal filosofo Raimon Panikkar – recupera l’idea classica dell’anima mundi presente in Platone, secondo cui tutto è legato a tutto il resto e il mondo è un organismo vivente.

La visione della realtà non è dualista, bensì unica e multiforme, non riconducibile a un solo modo di pensare ed essere.

Donato Di Poce attraverso il proprio pensiero poetico esprime appieno questo respiro cosmico che abbraccia il tutto e al tutto partecipa, senza mai cedere alla tentazione del concetto di separazione.

Come scrive  Panikkar: Siamo tutti uniti; cose, animali, uomini e Dei formano la famiglia della realtà, non una assemblea democratica, ma una comunità reale.

Il poeta Di Poce celebra nella sua interezza questa realtà, il cui senso non viene mai smarrito, nonostante la durezza che sovente la connota: Non può dedicarsi alla propria immaginazione / Chi ha smarrito il senso della realtà / Chi non sa vedere nelle realtà / Lo specchio infranto di ogni immaginazione.

Il poesismo è dedicato a Bruno Freddi, così come molti altri, presenti nel libro, sono i componimenti rivolti ad artisti e poeti, amici e maestri.

La scrittura di Di Poce è provocatoria, si insinua nei territori scomodi del dire onesto e non si presta alle attrattive dell’ego; questo poeta appartiene davvero a un mondo dove trovano ancora spazio lo scambio di sorrisi uno di fronte all’altro e la stretta di mano, una dimensione di contatti reali.

Scrive Alessandro Vergari sul blog Zonadidisagio riguardo l’immagine-sigillo (la foto di una macchina da scrivere) a chiusura della raccolta: “un messaggio nel messaggio, una dichiarazione di appartenenza ad una sfera analogica, pubblica, un mondo ancora capace di sguardi, narrato da mani sporche d’inchiostro e intessuto di contatti reali”.