“Papà quella volta mi prese a cinghiate!”

0
829
Ph. Daniele Notaristefano
Ph. Daniele Notaristefano

Carlo Verdone è un artista che ha sempre saputo raccontare, sin dal primo fotogramma, vizi, fragilità e insicurezze. Tra sorrisi e note malinconiche il pubblico continua a rispecchiarsi nei film che porta sullo schermo. Lo abbiamo intervistato al Sa.Fi.Ter Film Festival, dove ha accompagnato la sua ultima opera, Benedetta follia.

Condivide con noi un episodio OFF della sua carriera?

Nel 1977, quando ebbi successo col mio spettacolo Tali e quali, si sparse la voce che c’era un attore che interpretava tanti ruoli facendo ridere. Recitavo in un teatro off, era una cantina. Subito dopo realizzai per la tv Non stop, che andò benissimo e pensai di riprendere lo spettacolo per far conoscere da dove provenisse l’anima di quei personaggi. Molti agenti teatrali mi scritturarono per serate, in realtà, non avevano visto nulla di me, pensavano soltanto che imitassi la voce o il monologo di un altro; invece i personaggi erano inseriti in un canovaccio ben preciso. La scena consisteva in una bara al centro e tutti i parenti del defunto lo ricordavano a modo proprio. Quando sono andato in tournée, gli agenti non avevano scelto dei teatri, ma dei club per ricchi e in alcune piazze non rise nessuno poiché non era l’atmosfera adatta. A un tratto decisi di fermarmi proprio perché non era stata colta la natura teatrale.

Lei, sin dagli esordi, sapeva di avere un talento se si pensa agli scherzi e alle imitazioni…

Ero una persona molto solitaria, poi improvvisamente diventavo un “pazzo” che era in grado di fare degli scherzi atroci e divertenti soprattutto nei confronti della mia famiglia. Non dimenticherò mai una sera – non so come mi venne in mente – in cui ne organizzai uno e non so come abbiano fatto i miei genitori a non morire d’infarto, ero un cretino. Loro andarono al Teatro dell’Opera, preparai l’ingresso di casa affinché sembrasse che fossero entrati i ladri: aprì tutti i cassetti, buttai per terra degli scritti di papà (il noto critico Mario Verdone, ndr), presi dei gioielli di mamma e li disseminai tra l’ingresso e il corridoio e mischiai la conserva con l’acqua per restituire l’impressione del sangue e, infine, feci trovare la porta spalancata. Mia madre sapeva che io e mio fratello eravamo in casa e, infatti, quando rincasarono lei gettò un urlo per la paura che fosse accaduto qualcosa a noi, mentre io ero nascosto dietro una tenda. A quel punto, proprio perché si stavano sentendo male, sono apparso chiedendo loro scusa per lo scherzo; papà mi diede le cinghiate con la fibbia, però ha fatto bene perché mamma ha avuto un attacco di pressione a causa mia e per una settimana è stata con 200 di max e 90-95 di minima, avevo davvero combinato un guaio.

Come descriverebbe la sua esperienza da regista?

Mi sono diplomato al CSC in regia con direttore Roberto Rossellini e ho imparato tanto sul campo. Le mie regie sono semplici sul piano tecnico, ma molto attente al lavoro dell’attore ed è essenziale che si sappia la parte a memoria perché non faccio prove. Quasi tutti i miei ciak sono buoni alla prima, al massimo alla seconda. Un’eccezione è avvenuta nel 2009 quando è morto papà. Stavo girando Io, loro e Lara, le notizie che provenivano, ogni giorno, dalla clinica, erano pessime, ero talmente triste da non riuscire a capire se il film stesse venendo bene o male. Ricordo un giorno – ed è stata l’unica volta nella mia vita – in cui ho dovuto ripetere un ciak trentasette volte perché non riuscivo ad avere la concentrazione giusta a tal punto che chiesi eccezionalmente un supporto attraverso i gobbi. Stavo vivendo un momento drammatico, il giorno dopo mio padre se n’è andato.

C’è un aspetto in particolare che ricorda di Sergio Leone e Alberto Sordi?

Sono due personaggi che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia carriera, è stato un miracolo avere come produttore un grande regista come Leone, evidentemente devono essergli piaciuti molto gli sketch realizzati in tv tant’è che mi chiamò per realizzare il mio primo lungometraggio. E’ stato molto rigoroso, ma mi voleva molto bene ed è intervenuto parecchio in moviola durante la lavorazione di Un sacco bello, io talvolta non ero tanto d’accordo, ma avendolo detto uno della sua caratura accettavo.

Per quanto riguarda Sordi, quando ero piccolo abitava di fronte alla mia camera da letto – incredibile il destino. Io non andavo al cinema a vedere le sue commedie, ma divoravo molto i film western e storici, però ne avevo sentito molto parlare e crebbe in me la voglia di vederlo. A un certo punto cominciai a tirare dei sassi alla finestra, fino a quando un giorno la finestra si aprì e comparve un faccione che mi disse: «vattene via che Sordi sta’ a dormì, basta a’ ragazzì». Mi trattò talmente male che scappai. Un giorno, mentre camminavo con mia madre nei pressi di casa nostra, vidi uscire Sordi con la sorella ed erano uguali come viso a tal punto che non riuscivo a comprendere chi mi avesse detto di andarmene in quella circostanza.

Alberto Sordi è stato un personaggio colossale della commedia italiana e lavorare con lui a In viaggio con papà diretto da lui e Troppo forte con la mia regia è stato un grandissimo privilegio. Chi pensa che dal vivo fosse la stessa persona che appariva sullo schermo sbaglia poiché nel privato lui era molto metodico, viveva un po’ nel buio, era serissimo e severo, aveva le persiane sempre chiuse a tre quarti, i quadri non prendevano luce. Lui fuori casa era in un modo, all’interno in un altro, un po’ come tutti gli attori che si danno tanto al pubblico, ma non appena entrano dentro le mura domestiche ridiventano degli uomini “normali”. Spesso l’attore è anche timido, ama la solitudine proprio per i bagni di folla a cui è sottoposto quotidianamente. Alberto era un uomo davvero spiritoso e intelligente, d’intuizione ed è stato forse l’attore di commedia più rivoluzionario che abbiamo avuto se si pensa alle primissime opere come Un americano a Roma, che non avevano nulla di studio accademico, ma il dono di un’improvvisazione folle.

Daniele Notaristefano

Cosa la stupisce oggi?

La non preparazione delle persone che vanno molto di pancia. Si è molto arrabbiati, a volte giustamente; ma ritengo che bisognerebbe riflettere un po’ di più, non c’è l’approfondimento che dovrebbe esserci sulle cose. Sento un clima di infelicità nella gente.

Cosa, invece, la indigna?

Com’è ridotta la mia città, Roma, o gli stessi cittadini che continuano a sfregiarla sui muri, a vivere come se niente fosse; è la città più bella del mondo, com’è possibile che sia ridotta così? Mi indigna il fatto che nessuno si indigni più di tanto. Si afferma «non si può più vivere a Roma», ma non è costruttivo dire, bisognerebbe fare qualcosa.

LEGGI ANCHE: Verdone: “Mio padre? Mi bocciò all’Università”