Olio, cenere, terra: la pittura di Andrea Mariconti è memoria del territorio

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È il tempo che logora le cose e le ripropone nella memoria. È l’oggi che, insieme all’ieri, si intreccia nei pensieri e diventa forma nuova. Questo si pensa di fronte all’arte sorprendente di Andrea Mariconti, che lavora con la galleria Federico Rui Arte Contemporanea diMilano. Pittura, scultura, ognuna fusa nella visione personale e raffinata di un artista giovane, ma già formato e maturo, un lungo tirocinio alle spalle e grande qualità.

Paesaggi, ritratti, nature morte, quasi monocromi, ricoperti della cenere del tempo, corrosi, evocano scenari apocalittici e primordiali, ma sempre presenti, pronti a rinnovarsi e a trasformarsi, ma sempre lì, reali. 

«I miei temi» dice «sono stati molti nel corso dei venti anni di lavoro, ma ricorrenti: il patrimonio artistico, la Storia dell’arte, l’Archeologia, il paesaggio, la natura morta, il ritratto, soggetti che ho trattato a lungo ed esplorato in diversi approcci formali e tecnici. Tutti però fanno parte di quel macro tema, che è il passaggio del tempo sulle opere dell’uomo».

Andrea Mariconti, nato a Lodi nel 1978, formato all’Accademia di Brera, con laurea in arti visive e triennio in scenografia teatrale, esperienza di workshop con Anselm Kiefer, vive e lavora vicino a Crema. Mostre e premi. Una formazione rigorosa, «ma quello che hanno contato più di tutti, sono stati gli incontri».

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Gli incontri con persone, ma anche con la storia dell’arte, con gli artisti del passato. E se gli chiediamo quale sia il suo rapporto con l’arte antica, visto che ha fatto recentemente, nel 2015, una mostra al Museo Diocesano di Milano in cui si confronta con capolavori del passato, risponde: «È un rapporto di soglie, di prossimità e distanza con una forma. Da questa visione ne nascono altre».

Il tempo, che lavora su ogni opera umana, le colloca storicamente e ce le lascia in eredità, interviene anche nella scelta dei materiali con cui Mariconti opera: olio, cenere, terra, su tela o carta:

«La cenere è per me corpo di un’eredità, in cui è custodita una storia biologica, la memoria del territorio, la vita del legno combusto e purificato. Con la cenere incorporo nuovamente il tessuto dell’esistenza ridefinendo la materialità di ogni rappresentazione. Ogni colore è dato dalla cromia naturale di ogni materia».

Insieme alla cenere, l’olio di motore, foglie di rame e altri metalli lasciati reagire con ossidi e nitrati, cera d’api, spezie molto cromatiche «materiali eredi di una storia, che è la storia dell’umano, fatta di strade, di guerre, luoghi, vite. Essi incorporano in sé forma e contenuto».

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Molto affascinanti sono i campi di covoni trasferiti in atmosfere metafisiche: «Un rapporto profondo mi lega ai campi di covoni, paesaggi naturali organizzati dall’uomo. Evocano antiche colonne spezzate e sparse in un campo infinito, metafisico. Ho guardato paesaggisti francesi e inglesi dell’ottocento. Ma anche molti tedeschi romantici e altri contemporanei».

E poi c’è la scultura. Campane bronzee sbavate, sfilate. Un interesse nato grazie alla scoperta di una fonderia di campane situata nel cremasco sin dal 1390: «Mi ha affascinato la storia di quella “bottega”, la tecnologia antica della fusione del bronzo a cera persa, il bronzo stesso, una lega di rame e stagno, che con le sue patine mi permette numerose cromie, veramente magiche».