L’Arte c’è ma non si vede

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Alessio Barchitta, Ricordi quando eravamo, 2017, legno, viti, diffusore sonoro cavo elettrico acciaio

Cosa significa rifiuto per l’escluso?
Che forze entrano in campo?
Che tipo di consapevolezza e reattività?
La negatività del rifiuto può diventare cifra economica?

Emanuele Dainotti, SANTAMARÍA, 2018, still video, HD, video in loop

Ed ecco che la grande esclusa di questo evento si nega allo show. L’esclusa non è altro che l’arte, paradosso dato che si parla di una mostra. Da un’idea di Anna d’Ambrosio nasce un progetto diviso in due parti presso Amy d Arte Spazio: una performance in cui la stessa azione performativa è la negazione dell’esibizione, una non performance quindi si saranno chiesti gli spettatori… ma è proprio questo il punto, l’esibizione sta nel non esibirsi, la grande esclusa Arte decide di sottrarsi alla vista e ai suoi osservatori. Nella seconda parte di L’esclusa NO SHOW – Tirannia dialettica della visibilità tutto diventa invece più chiaro: viene reintrodotta l’Arte, l’Esclusa appunto, che decide quindi come, quando e per chi mostrarsi. Perché questa scelta iconoclasta così radicale? Semplicemente a favore del negato e del rimosso, tangibile nella sua concreta astrattezza in cui artisti, pubblici e specialisti sono attori principali del grande gioco chiamato arte contemporanea.

Alessio Barchitta, Ricordi quando eravamo, 2017, legno, viti, diffusore sonoro cavo elettrico acciaio

E’ necessario però per capire meglio fare un ulteriore passo indietro. Tra gli artisti in esposizione c’è Ivano Sossella, il quale sostiene che senza l’arte non ci sarebbe mercato… in che senso? Nel senso che se a Venezia venissero tolti tutti i suoi capolavori artistici secolari gli appartamenti perderebbero sensibilmente valore, le osterie chiuderebbero bottega e i gondolieri rimarrebbero disoccupati. Vero, in parte forse sì: “L’arte senza mercato non esiste, ma a ben vedere la conditio sine qua non affinchè l’arte ci sia è la presenza di qualcuno che la guardi”, come leggiamo dal testo di presentazione della mostra.  Lo stato dell’arte è infatti relazionale, anzi lo è la sua intima essenza. Ma a proposito di questo, dov’è il pubblico, dov’è il fruitore? La gente gira per mostre, è sempre pieno alle inaugurazioni, ma chi viene realmente per l’arte? L’arte che si concede, che si lascia guardare e che troppo spesso viene snobbata, o magari comprata da qualche magnate progressista per arredare il suo appartamento.

Manuel De Marco, Stop Play Stop, 2011, Video bn, 2’05”

L’esclusa ( e incompresa) questa volta esclude gli altri grazie alle opere di Alessio Barchitta, Emanuele Dainotti, Manuel De Marco e Ivano Sossella. La mostra si cela e poi si rivela. E quando si rivela lo fa mestamente, senza tanti giri, lascia solo un segno: le ombre di Sossella su tutte, sono la traccia di qualcosa che non c’è, qualcosa che non si vede ma di cui se ne intuisce il significato, una gloria che non si può tastare ne con mano ne con occhio. Rimangono solo le tracce quindi di un arte contemporanea esclusa, che si autoesclude però questa volta volutamente, lasciando che i visitatori, “i fruitori”, facciano aperitivo e sia lei ad osservare loro, godendosi lo spettacolo.

 

Se facciamo scendere la scultura dal suo piedistallo

di Sara Biffi

Ivano Sossella, Schatten A&D, dergeist, RSM 2018

Un piedistallo candido sormontato dal vuoto e l’illusione di un’ombra che si allunga da esso sul parquet in legno e giunge sino ai piedi dell’osservatore. Questo è ciò che accade quando una scultura decide di lasciare il suo basamento per celarsi agli occhi dello spettatore, dimenticando sbadatamente di portare con sé il suo fantasma mutevole, il suo lato inconsistente e fin troppo spesso inosservato.

L’installazione di Ivano Sossella sembra esortare ad un’indagine, “quell’ombra” smarrita sul pavimento pare chiederci di ricondurla alla sua legittima proprietaria.

Così noi, che fin troppo spesso ci scordiamo della nostra stessa ombra che è condannata a seguirci costantemente, osserviamo quella sagoma grigiastra, e troviamo in essa l’indizio per scoprire quale oggetto, che è escluso ai nostri occhi, l’avrebbe disegnata.

L’ombra si può sintetizzare simbolicamente come il lato nascosto, quello che stando metaforicamente alle nostre spalle a stento vediamo e riusciamo a percepire, ma dal quale nemmeno volendo possiamo separarci. E’ quella parte dell’essere che, nella sua forma abbozzata e in continuo divenire, si trova in una sorta di limbo tra il reale e inesistente. Essa si relaziona in modo inscindibile con l’oggetto che la genera, infatti l’ombra nonostante la sua essenza impalpabile rende l’oggetto ancor più tangibile, poiché solo ciò che è inconsistente non genera alcuna ombra.

Qui, “l’ombra dell’opera”, che solitamente è un elemento secondario e spesso lasciato in disparte rispetto alla scultura, acquisisce importanza, divenendo la traccia per condurci, tramite l’osservazione, a colei che si è esclusa.

Cercando di comprendere a quale “Peter Pan” quest’ombra sia sfuggita, mi sono imbattuta in altri “investigatori” che non si sono limitati ad osservare, ma incuranti della fragilità di questa entità così sottile, la attraversavano, la toccavano e progressivamente la facevano scomparire. Mi chiedo se questo tipo di indagine sia da ritenersi troppo invasiva , in un certo senso è come se il detective distruggesse con le sue stesse mani l’unica prova che gli può permettere di risolvere il caso. Un po’ per istinto un po’ per “deformazione professionale” ogni tanto la mia bocca pronuncia qualche sommesso “no non passateci sopra”, ma pare che lo sguardo non sia mai abbastanza, come se per comprendere sia necessario anche il tatto, come se invece che stare li ad analizzare con gli occhi, sia d’obbligo immergersi fisicamente nell’opera fino quasi a deteriorarla.

In questo caso forse bastava solo cambiare punto d’osservazione, affiancarsi al basamento vuoto, guardare dalla prospettiva dell’opera d’arte “mancante”, per rintracciare in Apollo e Dafne di Bernini i proprietari di quella sagoma smarrita.