Il fuoco di Francesco Diluca che salda le nostre tradizioni

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Francesco Di Luca, Arché, ©Lucia Ceriani
Francesco Di Luca, kura halos, 2017, ferro saldato e smaltato, 102x69x45cm, ©Lucia Ceriani

I lettori di Off hanno già avuto modo di conoscerlo, dapprima nel lento processo di disgregazione di Post Fata Resurgo e in seguito, nell’ex chiesa di San Francesco a Como, con il precario rigermogliare della vita nell’arida distesa di sale dell’installazione Germina. Francesco Diluca, artista milanese classe 1979, il cui lavoro scultoreo verte sulla figura sfaccettata di uomo, torna nuovamente nella città lariana con Archè.

Nei sottili steli di ferro smaltato e nelle leggere crisalidi dorate, che abbozzano i volti e i corpi delle opere di Diluca, si coglie la fragilità dell’essere umano. Queste figure, a volte più consistenti e altre più impalpabili, sembrano aggirarsi in punta di piedi nelle sale dei Musei Civici di Como, che fino al 16 settembre ospitano la personale dello scultore.

Francesco Di Luca, Arché, ©Lucia Ceriani

Quello che si intraprende, in questo connubio tra gli antichi reperti del museo e le opere di Francesco Diluca, è un cammino in cui si intrecciano la storia umana e un’indagine intima, che sonda gli aspetti effimeri dell’esistenza, dove l’inizio e la fine rappresentano momenti di grande importanza, nei quali l’artista stesso rintraccia punti di partenza per nuove sperimentazioni e suggestioni.

Sono proprio i concetti di principio e fine che hanno trovato compimento nella suggestiva performance, tenutasi sabato 9 giugno, in quello che Francesco Diluca considera “un atto di vita”: la combustione di Nebula, una scultura in filato metallico raffigurante un uomo.

Qui il fuoco sembra assumere la sua connotazione alchemica di elemento vivificatore. La fiamma permea lentamente la figura, fino a raggiungerne le viscere, la rende dinamica e brulicante di vita, ma nel contempo la consuma.

Francesco Di Luca, Arché, ©Lucia Ceriani

Nell’immagine forte della scultura arsa si possono ravvisare rimandi alla cultura popolare di alcune aree italiane, che vedono sopravvivere ancora oggi antiche tradizioni, nelle quali, in particolare sul finire dell’inverno, si fanno bruciare dei fantocci.

Francesco Di Luca, Arché, ©Lucia Ceriani

Questi roghi simboleggiano il termine di un percorso temporale, il passato è dato alle fiamme per cedere il posto al futuro e alla nuova vita che germoglierà da quelle stesse ceneri.

Un commovente senso di liberazione accompagna la parte conclusiva della performance, mentre le ultime fiammelle si addensano nel petto della scultura per poi affievolirsi piano piano sul cuore, metaforica sede dell’anima e delle emozioni umane.

Francesco Di Luca, Nebula, 2016, ©Lucia Ceriani

Così come negli antichi falò delle popolazioni celtiche che celebrano la morte intesa come trasformazione e rinascita, anche qui, il fuoco è l’elemento purificatore, l’energia creativa che plasma la materia per darle una nuova forma e libera l’essenza dell’essere, in un processo di evoluzione fisica ed interiore. Quello che resta non è quindi la sensazione di aver assistito allo spegnersi dell’ultima scintilla di vita, ma bensì ad un passaggio necessario dal quale trae origine la metamorfosi che segna un nuovo inizio.

Archè ci mostra che forse è nella fine tanto temuta dall’uomo e nella sua intrinseca delicatezza che risiede la vera bellezza dell’esistenza, in quell’istante ultimo in cui tutto torna e da cui tutto ricomincia, nel nuovo principio che nasce direttamente da ciò che si è spento.

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